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 395 - IN MEMORIA DI PADRE CARLO MARIA MARTINI

 

Piantato come albero sulla Parola

Questo articolo è l’ampliamento di quello pubblicato su «Jesus» XXXIV n. 10, ottobre 2012, pp. 24 sgg., col titolo Elogio del cardinal Martini, «conservatore» dell'Evangelo.

Amore: l’enorme ondata di commozione che si è levata intorno al Cardinale Carlo Maria Martini, avvolgendolo in una nube luminosa e calda di pensieri e preghiere, che già prima l’aveva accompagnato nella via solitaria del transito, quasi che centinaia di migliaia di mani si protendessero a sollevarlo, non ha altro nome. Non un’emozione sensazionalistica, ma un sentire profondo e composto, nutrito di gratitudine, stima, venerazione e di un senso di orfanezza. Come mai un uomo così riservato e misurato, uno studioso dal tratto nobilmente elevato, ha potuto suscitare tanta intensità di affetti? Che cosa ha reso il suo ministero così liberante e universale? Perché persone tra loro tanto diverse hanno visto in lui un padre, un maestro, un amico? Le sue molte iniziative innovative, le sue posizioni aperte, il suo magistero illuminato, non bastano da soli a spiegarlo. Essi sono infatti a loro volta frutti di un albero, la cui radice sta nel primato da lui accordato contemporaneamente sia all’umanità sia al messaggio di Dio che si comunica attraverso le Scritture. Un paradosso solo apparente: adesione all’umanità – propria e altrui, segnata da storicità e diversità – e alla Parola di Dio sono due cerchi concentrici. La Bibbia annuncia un Dio in favore del mondo e dell’uomo, della liberazione, felicità e vita, come suggerisce il Salmo 119,105: «La tua parola è lucerna al mio passo, il lume acceso sul mio sentiero», versetto che il card. Martini desiderò venisse un giorno inciso sulla lapide della sua tomba.

Il cerchio della fede cristiana trova la sua stessa ragion d’essere nella coincidenza con il cerchio di ciò che accomuna tutti gli umani, anche se si estende oltre esso. I personali doni del card. Martini, la sua apertura all’incontro, il suo cuore mite, la sua attitudine all’ascolto e all’accoglienza, il suo sincero interesse per l’‘altro’ si radicavano nella coscienza di condividere con tutti il mestiere di uomo, chiamato ad essere un pensante, che si interroga, dubita, cerca, si fa inquietare. L’esser credente non soppianta tale disposizione, bensì dialoga con essa all’interno di ognuno. È ben noto come egli più volte abbia richiamato facendola propria l’espressione di Norberto Bobbio: «la differenza non è tanto tra credenti e non credenti, quanto tra pensanti e non pensanti». Questa la radice profonda della «Cattedra dei non credenti»: una lunga serie di incontri – frequentatissimi − nei quali erano non credenti a prender la parola, mentre il Vescovo ascoltava, per poi interloquire. Tale comunione nella umanità, illuminata dalla fede nello Spirito, si dilatava poi come fraternità e sintonia con i credenti di ogni religione e trovava la sua fonte più propria nel basilare riferimento alla Bibbia: «Un vescovo che, senza la Parola di Dio, non è nulla», gli era stato riferito che qualcuno avevo detto criticamente di lui, che lo ricordava come il più grande elogio. Ciò lo condusse a incontrare con speciale, riconoscente amore la tradizione della fede ebraica: «Non basta non essere antisemiti. Bisogna amare Israele con un amore aperto a tutto e a tutti» scrisse, e, nella consapevolezza della difficoltà, legata all’esperienza di millenni di persecuzione, continuava «Bisogna amare la cultura ebraica di oggi, la loro musica, la loro letteratura, la loro storia, il loro modo di pregare, il loro modo di fare festa. Solo un amore così permette il superamento dei timori e delle difficoltà e dà al dialogo quella gioia e quella umanità che si addice all’incontro tra amici» (Prefazione ad A. Mello, L'ebraicità di Gesù e dei Vangeli). Un amore ampiamente ricambiato, fino a pubbliche preghiere della comunità ebraica per la sua morte e al dono per la sua tomba di terra d’Israele, per adempiere simbolicamente il suo desiderio di esser sepolto a Gerusalemme.

E, al cuore di tutto, chiave di comprensione di tutto questo e invio a tutto questo: l’Evangelo. Di qui, insieme, la centralità del concreto esercizio ecumenico (ad esempio, per una Pentecoste venne invitata a predicare in Duomo la Pastora di Lugano Katharina Hess) e l’iniziativa della Scuola della Parola che, dalla Lectio divina da lui tenuta in Duomo per i giovani, si estese a tutta la Diocesi. Non c’è bisogno di individuare come ulteriore, specifico anello la dimensione ecclesiale. Null’altro che il servizio all’Evangelo e il suo annuncio è infatti il senso della Chiesa: «La Chiesa non ha il compito di far crescere il senso etico nella gente, anche se esso la riguarda da vicino. Il compito della Chiesa è molto più ampio: far risplendere il Vangelo, che è perdono, misericordia e capacità di perdonare agli altri» (C. M. Martini – I. Marino, Credere e conoscere). Riferendosi al rito di consacrazione del Vescovo che prevede l’imposizione del Vangelo sul suo capo, disse: «Il vescovo deve essere un Vangelo vivente, sottoposto ad esso in ogni senso» (C. M. Martini, Il Vescovo).

 

«Pro veritate adversa diligere»

Ciò che aveva espresso simbolicamente nel suo umile ingresso a Milano, a piedi, col Vangelo in mano, l’Arcivescovo Martini lo realizzò effettualmente nell’esercizio del suo ministero, ponendosi al servizio di tutte le componenti della polis umana, con attenzione per i soggetti più sfavoriti o fragili (i giovani, le donne, ma, in modo speciale, gli immigrati, gli homeless, i malati, i carcerati; «Gli orfani dei diritti ben difficilmente potranno essere figli dei doveri», ebbe a dire), senza tentazioni egemoniche, e intese il suo ministero nella Chiesa senza tentazioni di sottacerne problemi e di sottrarsi dal prendere posizioni franche e aperte, anche a costo di «adversa», come attestò fin alla sua ultima intervista (8 agosto 2012). Si definiva «piuttosto un tradizionale e un conservatore» e infatti lo fu: conservatore del cuore della Tradizione della Chiesa, che è l’Evangelo, la Scrittura interpellati dalla storia umana, e perciò fu all’opposto del conservatorismo e del tradizionalismo. Auspicò, più ancora che un grande Terzo Concilio Vaticano, il fatto che i Concilio si riunissero più sovente, che conciliarità divenisse la regola e non l’eccezione nella vita ecclesiale; egli che al Concilio non aveva partecipato fu “il Concilio vivente” incarnato in una diocesi.

Il motto episcopale del Card. Martini è tratto dalla Regola Pastorale di S. Gregorio Magno: «Pro veritate adversa diligere», che nel testo continua: «prospera formidando declinare». Incontrando gli studenti della Gregoriana lo stesso Martini la traduceva così: «Al servizio della verità, esser contenti delle contraddizioni e rifuggire con timore dalle situazioni favorevoli». Gregorio fa qui riferimento a Gesù che fuggì da solo sul monte per sottrarsi alla folla che voleva farlo re, e invece si consegnò senza resistenza all’arresto. Questo il senso pieno della citazione che orienta così anche i rapporti tra chiesa e potere: un senso che tutta l’opera di Padre Carlo Maria irradiò, opposto all’idea di un possesso della verità in nome della quale si combattono gli altri.

Che il card. Martini sia stato sepolto nel giorno in cui la chiesa fa memoria di Gregorio Magno papa è una piccola traccia simbolica − come il bellissimo arcobaleno apparso su Milano mentre giungeva la notizia della morte dell’Arcivescovo − per indurci a cogliere una filigrana luminosa in questo momento di dolore per la perdita. È la testimonianza di umanità per la quale l’adesione alla fede è accoglienza di un dono e apertura di un orizzonte che nulla ha di ideologico, di settariamente identitario e chiuso; è il volto di una chiesa accogliente e colloquiante, non condannante, che, come il suo Signore per le strade di Galilea, cammina in atteggiamento di semplicità, povertà, umiltà e servizio nella storia, riconoscendosi solidarmente parte del mondo cui porta l’annuncio inaudito dell’amore perdonante e sanante di Dio: questo è stato colto e riconosciuto nel testimone Carlo Maria, tutto ciò ha fatto sì che così tanti si siano potuti sentire da lui «riconosciuti», amati, rispettati e valorizzati nella loro diversità e alterità e abbiano ricambiato e ricambino tale amore, come attestano le centinaia di persone che continuano a visitare la sua tomba lasciando come segno una candela accesa: un simbolo che Padre Carlo Maria continua a illuminarci, che vive più che mai, non «sepolto», bensì piantato come albero che fiorisce e porta frutto nel cuore del Duomo di Milano, della chiesa visibile e di quella invisibile che solo Dio conosce, la «ecclesia ab Abel», la ecclesìa dei miti, dei giusti, dei «beati» delle beatitudini evangeliche, di tutti gli uomini «che Dio ama».

Maria Cristina Bartolomei

 

Pubblicato su «il foglio − mensile di alcuni cristiani torinesi» (www.ilfoglio.info) n. 395, anno XLII, n. 8, ottobre 2012, p. 3.

 

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