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 401 - Presiedere nella carità

 

Francesco, vescovo di Roma

 

Con Francesco abbiamo, come lui stesso ha detto, il nuovo «vescovo di Roma» che sostituisce il «vescovo emerito», vale a dire Benedetto XVI.

La piazza che si attendeva un papa «come si deve», a quelle parole è rimasta di sale e l'urlo corale, pronto ad esplodere sulla bocca di tutti («Viva il papa»), si è trasformato in un imbarazzato silenzio, che con qualche fatica è diventato un sonoro: «Francesco! Francesco!». Così è accaduto anche ai vari commentatori. Di primo acchito hanno sorvolato su tali dichiarazioni. Solo i giorni seguenti hanno cominciato a capire la novità di un papa che si presenta come vescovo e che fa della guida della sua diocesi la fonte del dovere di presiedere nella carità alla comunione di tutte le altre Chiese.

È questo il tema teologico e pastorale che fa da cornice a tutti gli altri, in quanto per diventare una Chiesa evangelica, modello di mitezza, tenerezza e cura, ricca di pietà e di misericordia, povera e dedita al servizio della natura e degli ultimi, è necessario che essa prima si spogli dalla pretesa della potestà assoluta del papato, che fa del Vaticano uno stato tra stati, un mostro giuridico e pastorale. È dunque la vacuità e la pericolosità storica e teologica di questo tradizionale papocentrismo politicizzante che tentiamo qui di analizzare e smascherare.

 

Una formula da rovesciare

Da quando all'alba del Rinascimento Lorenzo Valla ha dimostrato la falsità della «Donazione di Costantino», tutti sappiamo che la forma storica assunta dal papato e giunta tra alterne vicende fino a noi è frutto di curiali inganni. La sovranità pontificia, con tanto di banca centrale, diritto di battere moneta e avere rappresentanza nazionale ovunque, bandiera e guardia svizzera, autonomia finanziaria e giuridica, confini e quant'altro serve a qualificarla come Stato, nasce con la Curia e con la Curia è destinata a cadere. Questo è, più o meno, chiaro a tutti. Quello che non è chiaro è che le forma rituale della nomina del papa, con tanto di Cardinali dell'universo mondo, conclave segreto, apparato di regole e consuetudini, battage mediatico, perpetua l'antico inganno e lo maschera ai nostri occhi. «Il papa – si dice – è capo della Chiesa Cattolica, diffusa in tutto il mondo; è successore di Pietro, vicario di Cristo, e di conseguenza vescovo di Roma». Questo ci ha insegnato l'ideologia vaticana, tesa nei secoli a giustificare lo stato di fatto.

Ma l'ordine dei fattori cambia, se depurata dalle finzioni della teologia romana, la storia del papato è ricondotta alla sua vera radice storico-teologica. Proviamo a invertire la formula: «Il vescovo di Roma è il successore di Pietro perché ricopre il ruolo ricoperto, secondo la tradizione, da Cefa nella capitale dell'impero romano; gode di quel primato di prestigio di cui godette allora la sua Chiesa sulle Chiese locali delle varie terre all'impero e Cristo non ha vicari, essendo lui stesso presente attraverso i credenti nella Chiesa e i poveri nel mondo». È dunque in quanto vescovo di Roma che assurge al soglio di Pietro e diventa capo della Chiesa universale.

Cambiando l'ordine dei fattori, dunque, cambia anche il risultato. Non come persona il papa è capo, ma come guida della chiesa primaziale, tanto che se abdica o decade da questo suo preciso ruolo episcopale, abdica e decade anche da papa, come ha mostrato bene Benedetto XVI. Il papa dunque non è infallibile in se stesso, in quanto eletto papa, ma è infallibile − se questo termine può essere usato per esseri mortali − nell'unione con la sua chiesa a sua volta collegata con tutte le chiese che nel mondo in tale comunione si riconoscono.

Né tutto ciò è ignorato dai grandi elettori, uniti in conclave, e dai responsabili della curia vaticana. Ma è camuffato, ridotto a formuletta di maniera, proprio alla stregua delle porpore “martiriali”, della stufetta brucia-schede e dei suoi segnali di fumo, dell'isolamento telematico della Sistina, delle finestre chiuse o spalancate sulla grande piazza col monumentale colonnato. Perché mai i vescovi delle maggiori città del mondo sono «incardinati» come titolari delle varie parrocchie e chiese romane, se non perché devono fingere l'elezione del vescovo locale da parte del suo clero, se non addirittura del suo popolo?

 

L'ossimoro «Stato della Chiesa»

Tutti sanno che il papa ricopre il ruolo che copre in quanto è vescovo di Roma, ma tutti fanno come se così non fosse. Lo ha fatto finora il papa eletto, che d'ogni cosa si occupa meno che della guida pastorale della sua diocesi e la delega a un vicario. Questi è il vescovo effettivo della città, ma non è papa. Lo sanno i cardinali che sono titolari di una parrocchia in cui celebrano messa una volta l'anno, nei casi più felici, ma godono di un diritto sottratto a chi davvero svolge il ruolo loro assegnato. Lo sa la Curia, che è governata dal Segretario di Stato di uno stato che, per qualificarsi, è costretto a legittimare l'impossibile ossimoro «Stato della Chiesa», vale a dire l'unione non di due opposti ma di due estranei. La Chiesa infatti può, anzi deve, confrontarsi con gli stati, non però come stato tra stati, bensì come una realtà altra e che altra vuole restare. In caso contrario la Chiesa potrà allearsi con questo o con quello per sostenerlo o contrastarlo anche con le armi, come già è tragicamente avvenuto nel suo passato. Infine lo sa il popolo tutto che, ciò nonostante, grida: «Viva il nuovo papa!», quando dovrebbe gridare: «Viva il nuovo vescovo di Roma!».

Se ciascuno facesse ciò che fa, invece di fingere formalmente di farlo, in pratica facendo tutt'altro, ecco che il papa, da supremo autocrate del cattolicesimo, si trasformerebbe in primus inter pares tra i vescovi del mondo e lo sarebbe non come autorità assoluta, ma come modello di vita pastorale e garante della comunione delle diverse Chiese sparse, ormai, per i quattro continenti.

Chi dovrà allora garantire e organizzare la guida e la collaborazione dottrinale, etica e pastorale tra tante diverse chiese? Non il papa, evidentemente, ma un sinodo elettivo dei vescovi, presieduto dal vescovo di Roma e, ad ogni ricorrenza giubilare, un Concilio universale ed ecumenico.

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