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 452 - Gaudete et exsultate

 

SANTI SENZA MIRACOLI

 

«Quando senti la tentazione di invischiarti nella tua debolezza, alza gli occhi al Crocifisso e digli: "Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di rendermi un poco migliore"» (Gaudete et exsultate, Esortazione apostolica di Papa Francesco, n. 15). Ho iniziato citando questo passaggio in quanto risulta essere l'unico punto del documento in cui compare il termine «miracolo».

Per chi è abituato ad associare il «santo» con «vita e miracoli» tale omissione, per giunta con l'eccezione per il «poveretto» di cui sopra, assume un significato eloquente. E il "tu" con cui si rivolge al lettore dà all'esortazione un tono particolarmente confidenziale. Fin dall'inizio il Papa annuncia  che «Egli (il Signore) ci vuole santi» (n. 1). E precisa: «Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità... Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità» (n. 2).

La santità «della porta accanto»

«Mi piace vedere la santità del popolo di Dio paziente... Questa è tante volte la santità "della porta accanto", di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un'altra espressione, "la classe media della santità"» (n. 7). Si tratta di anime «sulle quali nulla viene detto sui libri di storia» (n. 8). Questa santità a cui il Signore ci chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti, come evitare il pettegolezzo, ascoltare il proprio figlio anche se si è stanchi, pregare nei momenti di angoscia, fermarsi a conversare con un povero (n. 16). «Si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo... compiere azioni ordinarie in modo straordinario» (n. 17). Non si tratta solo di particolari esperienze mistiche: «Queste esperienze mistiche non sono la cosa più frequente, né la più importante» (n. 143).

Papa Francesco mette in guardia contro la tendenza definita gnosticismo attuale che pretende di fornire spiegazioni che «possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo» (n. 39) in modo da «addomesticare il mistero» (n. 40) e di fornire «risposte per tutte le domande» (n. 41). Contro «quanti sognano una dottrina monolitica» si afferma invece che «nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana» (n. 43). Suggestiva e coinvolgente è la successiva riflessione di Papa Francesco: «In realtà, la dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi, e le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell'incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano» (n. 44). Ma a questo punto, mi domando: che ne è della teologia dogmatica?

E il «principio dell'incarnazione» suggerito precedentemente ci porta a scorgere Dio «misteriosamente presente nella vita di ciascuno così come Egli desidera, e non possiamo negarlo con le nostre presunte certezze. Anche qualora l'esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita» (n.42). Anche nelle vite disastrate!

Nella "Esortazione apostolica" troviamo innumerevoli citazioni bibliche, anche del Qohelet (caso più unico che raro in documenti ufficiali): «Nel giorno lieto sta allegro... Dio ha creato gli esseri umani retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni (Qo 7,14.29)» (n. 127).

Ma, secondo Francesco, ci sono anche delle "complicazioni" che abbiamo il dovere di affrontare. A proposito del dovere del cristiano di accogliere i migranti, di «mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli», si cita il caso di San Benedetto il quale «stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse "come Cristo" esprimendolo persino con gesti di adorazione e che i poveri pellegrini li si trattasse con la massima cura e sollecitudine"», e questo «anche se ciò avrebbe potuto "complicare" la vita dei monaci» (n. 102). Così l'Europa dovrebbe accogliere i migranti, anche se portano "complicazioni"...

Umiltà controcorrente

Come "diventare" santi? A quali modelli dobbiamo ispirarci? Domande fuori luogo. Correremmo il rischio di "esaurirci" e di sviarci. Se noi volessimo "copiare" qualche esemplare di santo «ciò potrebbe persino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé ... e non si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui» (n. 11).

Nello sforzo di raggiungere la santità dovremmo mobilitare  la nostra volontà? Francesco mette in guardia contro quello che definisce pelagianesimo attuale. Coloro che seguono tale mentalità «in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri... Si pretende di ignorare che "non tutti possono tutto"» (n. 49) e che la grazia «non ci rende di colpo superuomini... La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo» (n. 50).

L'umiltà di fronte alla grazia, al progetto che il Signore ha in serbo per noi, si manifesta anche e soprattutto nella mitezza di fronte agli altri. Viviamo in un mondo «dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini, e persino per il loro modo di parlare e di vestire... dove ognuno crede di avere il diritto di innalzarsi al di sopra degli altri» (n. 71). Secondo Teresa di Lisieux «la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze» (n.72). «Qualcuno potrebbe obiettare: "Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole". Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino» (n. 74).

È certo difficile, per un credente, vivere in società, "fare carriera". «Vivere le Beatitudini diventa difficile e può essere addirittura una cosa malvista, sospetta, ridicolizzata» (n. 91). È andare «controcorrente fino al punto da farci diventare persone che con la propria vita mettono in discussione la società, persone che danno fastidio» (n. 90). Non si tratta solo di «situazioni violente di martirio» ma di «umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di se stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore». Ma, prosegue Papa Francesco, «non è camminare a capo chino, parlare poco e sfuggire dalla società. A volte, proprio perché è libero dall'egocentrismo, qualcuno può avere il coraggio di discutere amabilmente, di reclamare giustizia o di difendere i deboli davanti ai potenti, benché questo gli procuri conseguenze negative per la sua immagine» (n. 119). In questo passaggio viene stabilito un interessante legame tra una morale che potrebbe essere vista come eccessivamente individualistica e un comportamento che possa incidere sulla società denunciandone le ingiustizie. «Amabilmente», precisa Francesco.

Antisantità

Quali sono i principali ostacoli che ci impediscono il cammino verso la santità? Una volta ci avrebbero elencato una serie di peccati, tante possibili cadute. Ma, secondo Francesco, «la corruzione spirituale è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente... Così terminò i suoi giorni Salomone mentre il gran peccatore Davide seppe superare la sua miseria» (n. 165).

E una delle forme più insidiose è l'abitudine che «ci seduce e ci dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo far nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e che tuttavia siamo andati avanti. Per l'abitudine noi non affrontiamo più il male e permettiamo che le cose "vadano come vanno", o come alcuni hanno deciso che debbano andare» (n. 137). «Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito... per non abituarci a camminare soltanto entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare» (n. 133). La fuga in un luogo sicuro «può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (n. 134). «È vero che bisogna aprire la porta a Gesù Cristo, perché Lui bussa e chiama». Ma Francesco, con una punta di umorismo, così prosegue: «a volte mi domando se, a causa dell'aria irrespirabile della nostra autoreferenzialità, Gesù non starà bussando dentro di noi perché lo lasciamo uscire» (n. 136). Siamo spinti a chiuderci nella "autoconcentrazione" dal consumismo edonista «perché nell'ossessione di divertirsi finiamo con l'essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e nell'esasperazione di avere tempo libero per godersi la vita. Sarà difficile che ci impegniamo e dedichiamo energie a dare una mano a chi sta male se non coltiviamo una certa austerità, se non lottiamo contro questa febbre che ci impone la società dei consumi per venderci cose, e che alla fine ci trasforma in poveri insoddisfatti che vogliono avere tutto e provare tutto» (n. 108).

La vita cristiana è un continuo combattimento «contro il mondo e la mentalità mondana... contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni... È anche una lotta contro il diavolo, che è il principe del male. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie» (n. 159). «Questa lotta è molto bella, perché ci permette di far festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita» (n. 158). Dunque Papa Francesco ci esorta a credere nell'esistenza del diavolo? Sì, senza esitazione. «Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva... Quando Gesù ci ha lasciato il "Padre Nostro " ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L'espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è "il Maligno". Indica un essere personale che ci tormenta» (n. 160). «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un'idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia» (n. 161). Certamente queste ultime affermazioni risultano discutibili, anche sconcertanti, in rotta di collisione con una certa immagine di Papa Francesco "progressista". Ma la credenza in un tale «potere maligno» non potrebbe costituire un valido antidoto contro la tendenza (almeno altrettanto discutibile) a "demonizzare" questa o quella persona, questo o quel gruppo?

Dario Oitana

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