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 343 - I PARENTI DI GESÙ / 1

 UN FIGLIO DIFFICILE

La Sacra Famiglia, Family day…. Il centro del messaggio evangelico deve proprio essere la «difesa della famiglia»? Ovviamente la Buona Novella di Gesù non ha niente in comune con l’edonismo deprimente propagandato dalla società consumistica.

Ma dobbiamo opporre all’antievangelo dell’idolatria del denaro uno pseudovangelo basato sull’idolatria della famiglia? Qual è la proposta di Gesù? Gli autori consultati nel seguente tentativo di approfondimento sono i seguenti (in ordine alfabetico): Countryman, Da Spinetoli, Ernst, Fabris, Fausti, Gnilka, Meier, Pesch, Schnackenburg, Schürmann, Schweizer, Theissen.

 

Famiglia padrona

Troviamo un primo conflitto con la famiglia nell’episodio di Gesù dodicenne a Gerusalemme. Anche se il racconto non manca di contraddizioni, di riferimenti all’infanzia di personaggi illustri come di allusioni simboliche (i tre giorni), Luca ha raccolto una testimonianza sulla vita di Gesù di Nazareth da una fonte probabilmente più antica di quelle che formano il suo Vangelo dell’infanzia. Per la prima volta parenti e conoscenti prendono coscienza della “stranezza” del ragazzo. Per la prima volta i genitori avvertono l’abisso che li separa dal figlio e la profezia del vecchio Simeone trova una precoce conferma.

L’episodio più sconcertante del conflitto che oppone Gesù alla sua famiglia è quello descritto solo da Marco (3,20-21). I parenti partono per «impadronirsi» di Gesù dicendo: «è fuori di sé». Il verbo «impadronirsi, arrestare, tenere sotto il proprio potere« sarà usato sempre in senso violento e negativo, in particolare nelle scene della passione (Mc 14,1.44.46.49.51). Avendo udito delle sue imprese, i suoi parenti si mettono in viaggio per catturarlo: il clan vuole riprendersi il membro che si è staccato. La spossante attività di Gesù e il suo zelo per la missione spingono i famigliari, preoccupati del loro buon nome, a considerarlo un mentecatto e a riportarlo a casa. Qui s’annuncia lo stesso atteggiamento degli abitanti di Nazareth che, una volta caduta la maschera del perbenismo, si rivela come mancanza di fede: il profeta è giudicato dai parenti come àtimos, disonorato (Mc 6,4).

Nei confronti dei due imbarazzanti versetti di Marco non sono mancate le censure, a cominciare da Luca e Matteo che hanno ignorato il fatto. Moderni esegeti hanno riferito l’espressione «i suoi» al popolo, oppure ai fratelli di Gesù senza Maria, oppure ai discepoli che escono di casa per riprendere la folla che è «fuori di sé». Tali ipotesi derivano da un interesse dogmatico a non porre sotto accusa la famiglia, e, in particolare, la madre di Gesù. Ma l’evangelista ha identificato «i suoi» con la famiglia di Gesù in quanto aggiunge poco dopo una tradizione riguardante l’arrivo (legato alla precedente partenza) della madre e dei fratelli (3,31-35).

In questo successivo episodio la famiglia sembra rinunciare a «impadronirsi» del figlio ribelle: lo fanno chiamare restando «fuori». Si distingue un «fuori» da un «dentro». Il significato simbolico dell’immagine spaziale verrà riproposto nel discorso sulle parabole (Mc 4,10): «A voi… a quelli di fuori…».

Volgendo lo sguardo sulle persone attorno a lui, li chiama «sua madre e suoi fratelli». Un simile «sguardo circolare», frequente in Marco, lascia trasparire intima padronanza di sé e intende attrarre l’attenzione su un determinato ordine di idee.

Il contrasto nella famiglia di Gesù è corroborato dal criterio della molteplice attestazione, dal momento che una simile visione negativa è proposta anche da Gv 7,5. Dopo che i fratelli di Gesù slealmente lo avevano spinto a manifestare il suo ministero in Gerusalemme, l’evangelista fa notare: «Neppure i suoi fratelli credevano in lui».

Sappiamo da altri testi neotestamentari (Atti, ICorinti, Galati) che i parenti di Gesù hanno svolto un ruolo nella comunità primitiva. Il criterio indicato in Mc 3,35 («fare la volontà di Dio») sembra delineare una situazione comunitaria in cui si respingevano polemicamente pretese particolari fondate su qualità diverse.

 

Famiglia divisa

Nell’antica società mediterranea, basata su onore-vergogna, l’abbandonare i legami che assicuravano il sostegno emotivo e finanziario, rigettare il gruppo la cui opinione influenzava la vita, interrompere un’antica tradizione lavorativa – tutto questo non era solo difficile, ma scandaloso. I legami dai quali ogni ebreo palestinese doveva dipendere quando tutti gli altri venivano meno, sono proprio quelli che Gesù è venuto a sciogliere. Gesù avrebbe poi chiesto ai discepoli di compiere le stesse sue scelte. Gli ammonimenti di Gesù ai discepoli riflettevano la sua triste esperienza. Volente o nolente, la chiamata causava una feroce divisione in molte famiglie palestinesi. Gesù non è venuto a portare la pace, ma la spada, la divisione, anche nelle famiglie (Mt 10,34-36; Lc 12,51-53). Una tale lacerazione è coerente con le tradizioni profetiche e apocalittiche che consideravano la rottura dell’unità familiare come un primo segno delle tribolazioni degli ultimi giorni. Anche dalla cosiddetta apocalisse sinottica emerge un quadro tragico: «Il fratello consegnerà a morte il fratello…» (Mc 13,12). Matteo (10,36) cita il profeta Michea (7,6): «I nemici dell’uomo saranno i suoi familiari». I passi citati vanno visti in un contesto di un mondo in completo sfacelo, in cui l’uno rende la vita dell’altro un inferno e le persone della stessa famiglia si tradiscono e si accusano a vicenda. Per i passi citati di Matteo e Luca il quadro appare diverso. La frattura nelle famiglie ha una causa particolare: la diversa presa di posizione nei confronti di Gesù e del suo messaggio. Gesù non pone la «spada» in mano ai suoi discepoli; la spada è portata dagli altri e il discepolo deve attendersi che sia sguainata contro di lui. La speranza messianica del «Principe di pace» viene accolta e attuata da Gesù in forma paradossale, in quanto il suo annuncio di pace provoca disordini nelle strutture sociali esistenti e fa esplodere contraddizioni che si riversano contro di lui. Il conflitto tra Gesù e la famiglia non presenta caratteri apocalittici: è il conflitto tra l’annuncio della Buona Novella e la resistenza dei custodi della tradizione.

Si ha un coinvolgimento paritario di uomini e donne. Sembra che per Matteo coloro che professano il cristianesimo appartengano soprattutto alla generazione più giovane: «Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera…». Per Luca si ha la discordia più totale e il gioco dei numeri fa riconoscere lo sfondo ebraico del detto: «Tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera». Occorre inoltre ricordare che la nuora era obbligata a spostarsi nella casa dei genitori del marito, agli ordini della suocera.

Salta agli occhi uno stridente paradosso. Spesso un gruppo che vive un ethos radicale intorno a un capo carismatico ha confini rigorosi che risultano chiari nei pasti comuni spesso chiusi agli estranei. È sorprendente perciò la pratica di Gesù di tenere aperta la partecipazione agli estranei, anche a gente al di fuori di ogni norma. Traumatica chiusura ai “vicini”, scandalosa apertura ai “lontani” .

 

Le amiche e gli amici di Gesù

La vita del discepolo è dunque solo una vita di rinunce e di persecuzioni? I vangeli sinottici, in coda alla pericope sul «giovane ricco», presentano un quadro gioioso. All’affermazione di Pietro «Abbiamo lasciato tutto», Gesù ribatte promettendo una ricompensa sovrabbondante. Matteo sembra farla coincidere con la «vita eterna» (19,29); Marco e Luca promettono una ricompensa anche nel tempo presente. «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna» (Mc 10,29-30). «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il Regno di Dio che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà» (Lc 18,29-30). All’elenco di Matteo e di Marco Luca aggiunge anche la «moglie».

Anche se, con ogni probabilità, Gesù era celibe, è lo stesso Luca (8,1-3) che ci fornisce un suggestivo quadro delle amicizie femminili di Gesù:« Se ne andava per città e villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano coi loro beni».

Queste donne, alcune sposate, viaggiavano in giro per la Galilea con Gesù e i suoi dodici discepoli senza un marito che le accompagnasse. Anche se avevano lasciato casa e famiglia per seguire Gesù, non si erano ritenute obbligate a rinunciare ad ogni proprietà. Se l’avessero fatto, difficilmente avrebbero potuto continuare ad assistere Gesù e i dodici con il loro denaro. Una comitiva itinerante di sostenitrici donne senza marito, alcune delle quali prima erano indemoniate e ora davano a Gesù danaro e cibo, poteva solo intensificare il sospetto e lo scandalo che Gesù affrontava già in una società contadina tradizionalista.

È possibile che questo abbia portato argomenti agli accusatori di Gesù al processo romano. Una variante a Luca 23,2 riporta che Gesù avrebbe fatto allontanare dai mariti mogli e figli. Così la versione latina: «et filios nostros et uxores avertit a nobis» (Nestle-Aland, Nuovo Testamento greco-italiano, Società biblica britannica e forestiera 1996, p. 237).

I discepoli e Gesù trovavano facilmente ospitalità. Nel «discorso di missione» si invita a entrare nelle case, a restare , mangiando e bevendo, senza passare di casa in casa (Lc 10, 4-7). Il bilancio è positivo: «Vi è forse mancato qualcosa? Nulla!» (Lc 22,35). Quindi nessuna macerante penitenza. Gesù aveva fama di un mangione e beone!

Si può perciò supporre che Gesù avesse tanti amici che lo sostenevano offrendo cibo e alloggio e altre forme di sostegno quando egli visitava la loro città o il loro villaggio. Pensiamo a Lazzaro, Marta e Maria, Zaccheo, l’anonimo ospite dell’ultima cena. È verosimile che molti di quelli che sperimentarono il potere risanatore di Gesù, come pure le loro famiglie e i loro amici, siano diventati sostenitori sedentari del nazareno in Galilea come in Giudea. Donne, uomini, bambini, giovani e vecchi. Nel suo peregrinare il missionario vagante riottiene centuplicato, in cento luoghi, tutto ciò che ha lasciato, con l’unica eccezione del padre, in quanto si è sottomesso a un unico padre (cfr. Mt 23,9) del quale annuncia la signoria imminente.

(continua)

Dario Oitana

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