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 343 - «UN PAOLO SARPI CONTEMPORANEO», SECONDO RUINI

 

GIUSEPPE ALBERIGO, LO STORICO DEL CONCILIO VATICANO II

 

È stato mons. Luigi Bettazzi a concludere le esequie di Giuseppe Alberigo, celebrate il 18 giugno nella chiesa di San Bartolomeo a Bologna, la città nella quale Alberigo si era trasferito nel 1953.

Allora egli era un giovane studioso di 27 anni, chiamato da Giuseppe Dossetti a collaborare nel nascente Centro di documentazione, poi Istituto per le scienze religiose, di cui avrebbe assunto la guida qualche anno dopo, in seguito alla decisione di Dossetti di prendere gli ordini. Bettazzi ha voluto ringraziare Alberigo, in particolare, per quanti «hanno conosciuto il Concilio attraverso le sue opere» e per questo «hanno sperato e sperano ancora».

Il professore bolognese, direttore della monumentale Storia del concilio Vaticano II, edita in 5 volumi e tradotta in sette lingue, per la verità aveva l’impressione, negli ultimi tempi, che nella Chiesa italiana si stesse procedendo a una sorta di «rottamazione» del Concilio. Così almeno si era espresso in un incontro tenuto a Milano lo scorso 10 aprile, il giorno prima di essere colpito da ictus cerebrale, cadendo in coma per poco più di due mesi. La riunione di Milano fu convocata a seguito dell’iniziativa di appello-supplica alla Cei, per chiedere di non intervenire con un documento ufficiale, annunciato dal cardinale Ruini, che avrebbe impegnato i politici cattolici a rifiutare il disegno di legge sui diritti e doveri delle convivenze. È stata l’ultima presa di posizione pubblica di Alberigo. Al gruppo di amici e firmatari radunati a Milano egli spiegò di aver redatto quella mezza pagina in assoluta autonomia, spinto sì dalla preoccupazione per l’annunciata «Nota» dei vescovi italiani, ma non da sentimenti di ostilità o contestazione. Da quella riunione nacque l’idea di un focus sulla condizione della Chiesa, attraverso strumenti e riflessioni che dessero voce al disagio e alla sofferenza per la pastorale del «no», ma anche al desiderio di un’attitudine diversa della Chiesa e in ultimo all’amore per essa. Il sito internet www.statusecclesiae.net è diventato lo strumento sperimentale per dare seguito a questo lascito di servizio-impegno che Alberigo ha indicato. Un’eredità a cui va abbinata però anche la direzione di ricerca che, da qualche anno, aveva promosso nell’Istituto di Bologna: la dimensione sinodale e conciliare della Chiesa, per la quale il professore aveva steso da poco un importante saggio dal titolo Sinodo come liturgia?, in pubblicazione sulla rivista «Cristianesimo nella storia», da lui fondata e diretta. Sulla scia di Lercaro e Dossetti, Alberigo era convinto, sulla base della tesi che la forma sinodale è un’espansione dell’eucarestia, della sinodalità costitutiva della chiesa, non solo tra i vescovi ma all’interno di ogni chiesa.

 

La polemica dell’«Osservatore Romano»

La sua scomparsa è stata preceduta di pochi giorni da una nota anonima dell’«Osservatore Romano», che in modo del tutto intempestivo e impietoso ha attaccato il professore e l’ultima sua fatica editoriale: il primo dei quattro volumi di fonti conciliari Conciliorum Oecumenicorum Generaliumque Decreta. L’anonimo censore ha scritto che la distinzione fra concili ecumenici e generali sarebbe estranea alla tradizione cattolica. Andando, in questo modo, contro una definizione che persino Paolo VI usò – senza per questo essere sospettato di eterodossia – in una lettera scritta al card. Willebrands nel 1974, centenario del secondo concilio generale di Lione. Anche perché dopo il Vaticano II tornare a definire la lista dei concili ecumenici vorrebbe dire mettere un macigno sulla strada del dialogo con le Chiese ortodosse.

Ma anche questa polemica appare oggi in una luce diversa: come acutamente ha osservato Giovanni Filoramo su «La Repubblica» del 16 giugno, l’episodio rappresenta una «conferma di quella coerenza con le proprie scelte e i propri valori che ha caratterizzato la vita di Alberigo “testimone” intrepido fino alla fine di una concezione nobile di Chiesa, a cui ha consacrato tutti i suoi studi». Del resto non si comprende la ratio dell’attacco ad un’opera che Alberigo aveva avuto modo di presentare a Benedetto XVI, in un’udienza dello scorso 7 febbraio. Papa Ratzinger, ha annotato Alberigo, «è stato molto interessato dalla nuova edizione e se ne è congratulato vivamente». Così come ha gradito l’altro omaggio della Breve storia del concilio Vaticano II, chiedendo se si trattasse di una sintesi della «grande» Storia e suggerendo una traduzione in lingua tedesca del volumetto. Nel medesimo contesto il papa ha confermato la destinazione all’archivio di Bologna della documentazione relativa alla propria partecipazione personale al Vaticano II.

 

La fede che giustifica, non condanna i peccatori

Parole e gesti che stridono a confronto delle sistematiche stroncature con cui l’«Osservatore Romano» aveva accolto l’uscita dei cinque volumi della storia del concilio. La discontinuità del Vaticano II non piaceva alla Chiesa che non ama gli strappi. Alberigo storico fazioso, come «un Paolo Sarpi contemporaneo», aveva decretato il card. Ruini. Ma per il professore quello era un complimento, dal momento che fu grazie al Sarpi che si ebbe una mappatura delle fonti del concilio di Trento. Infatti il card. Tucci corresse il tiro, su «La Civiltà Cattolica»: per lui l’opera di Alberigo era «un’impresa scientifica ed editoriale di grande rilievo», organica e unitaria, capace di far rivivere «l’atmosfera dell’evento, i contrasti, i dubbi, le incertezze del cammino conciliare».

Un concilio di attese e speranze di cui Alberigo fu dunque testimone, prima di diventarne il maggiore storico. Del resto, se non avesse avuto taciti estimatori in Vaticano difficilmente sarebbe stato chiamato a stendere la positio ufficiale per la causa di beatificazione di Giovanni XXIII. La raccolta e lo studio degli scritti di papa Roncalli ha costituito per Alberigo forse l’impegno più ricco e consolante.

Il testo dell’allocuzione Gaudet mater Ecclesia, pronunciata da Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 in apertura del concilio, è così parso quanto mai adatto per la veglia funebre: al professore era cara infatti la fede che giustifica, non quella che condanna i peccatori; proprio come Giovanni XXIII aveva suggerito ai padri conciliari, avanzando la medicina della misericordia in luogo della severità delle condanne.

 

Alessandro Parola

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