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 348 - INTERVENTO

 

QUATTRO QUESTIONI PER LE COMUNITÀ CRISTIANE

 

La redazione de il foglio ha deciso di dedicarsi al progetto «Chicco di senape» (che ora ha un sito tutto rinnovato: http://chiccodisenape.wordpress.com; cfr. anche il foglio 340, 342 e 345), con una serie di articoli-riflessioni che appariranno via via sulla rivista.

Penso sia necessario per le comunità cristiane ripensare a fondo quattro questioni: il rapporto tra i credenti e Dio e quindi la mediazione sacerdotale; il rapporto tra credenti e politica e quindi il temporalismo e la laicità; il modo con cui i credenti interpretano la loro esperienza religiosa e il modo in cui leggono la Bibbia e quindi il fondamentalismo; il modo con cui i credenti testimoniano la loro fede e quindi la loro sincerità e verità. Su tutti questi argomenti noi laici possiamo e dobbiamo dare un grande contributo.

 

Il problema della mediazione sacerdotale

Veniamo al primo punto. Per mediazione naturalmente non intendo il compito assunto dagli anziani di guidare le comunità o di altri di organizzarle, stimolarle, esortarle, servirle seconde le proprie capacità; no, sto parlando della mediazione “necessaria” del clero. Tra Dio e il suo popolo, secondo la concezione cattolica, c’è una classe di mediatori “autorizzati”, con la loro gerarchia e la loro carriera, che il sacramento dell’ordine separa dal resto dei fedeli e destina al culto e alla direzione. Il problema della mediazione dei sacerdoti ha attraversato tutta la storia della chiesa, ha causato molte eresie, dolorose e scandalose separazioni, è uno degli ostacoli gravi che rallenta il dialogo con religioni diverse e tra credenti e non di buona volontà. Infine penso che una causa non secondaria dell’ostilità della casta sacerdotale ebraica verso Gesù sia da ricercarsi nel timore, credo fondato, che Gesù e il suo gruppo mettessero in discussione il loro diritto alla mediazione. Così leggo l’accusa che gli muovevano di voler distruggere il Tempio. Penso che si debba riprendere il problema della mediazione sacerdotale, insieme alle chiese riformate, rimeditarlo a fondo con un’apertura nuova, coraggiosa e generosa, dando più fiducia e spazio ai laici, senza temere il vento fresco dello Spirito che conduce anche noi.

Affrontiamo ora il secondo punto. Ancora oggi i veleni sparsi da 1500 anni di potere temporale sono ben visibili, nonostante correzioni ancora troppo timide, nella struttura imperiale della Chiesa, il Papa si fregia ancora del titolo di pontefice come gli imperatori romani e, nel suo comportarsi come stato tra gli stati, la Santa Sede ha il suo seggio di osservatrice all’Onu. Ma soprattutto perché mantiene ancora la mentalità e i riflessi di un’organizzazione statale: il potere, o in modo più soft l’egemonia e la legge. Da qui la difficoltà di accettare la piena laicità dello stato. È la critica da cui è partito il movimento di cui commentiamo il documento. Alla gerarchia sfugge così la differenza tra moralità imposta e scelta volontaria, tra bene fatto per amore e per obbligo, tra comunità profetica e comunità civile e politica. Penso che la contraddizione sia ben rappresentata dalla teoria e dalla pratica della guerra giusta, oggi umanitaria, e dall’onore riservato nelle nostre chiese, anche recentemente, ai soldati caduti in guerra, ragionevole da un punto di vista civile per uomini che hanno sacrificato la loro vita per il bene della patria, ma che non ha nulla a che fare con l’Amore predicato da Gesù da vivere anche verso i propri nemici (infatti molti santi dei primi secoli cristiani erano soldati romani che si rifiutavano di combattere e per questo erano uccisi).

Qualcuno potrebbe maliziosamente dire che si supplisce alla scarsa fiducia nel potere rinnovatore dello Spirito con la legge. Non dovrebbe essere difficile accorgersi infatti che il male che subisce la società come violazione delle coscienze e perdita di profezia è maggiore del guadagno educativo e morale. Anche su questo problema c’è molto da studiare, discutere, cambiare. Ormai tra gli studiosi cristiani ma anche tra il popolo e la gerarchia si accetta tranquillamente l’idea che la perdita del potere temporale è stata una liberazione per la chiesa e la sua missione. Occorre accelerare il momento in cui si dirà lo stesso per l’abbandono pieno della mentalità temporalista.

 

Tracce di letteralismo

Veniamo al terzo problema: il fondamentalismo cristiano, il più difficile da dire e quello che richiede secondo me più impegno e più studio. Può sembrare eccessivo parlare di fondamentalismo per la teologia cattolica che ormai da tempo rifiuta una lettura letterale della Bibbia. Se questo è vero, credo però ci sia ancora molta strada da fare per liberare completamente la visione cristiana di Dio, dell’uomo e della natura dalle conseguenze e dagli influssi di una lettura millenaria fondamentale dei testi sacri. Faccio solo alcuni esempi. Ormai è pacifico per la teologia cattolica che i primi capitoli della Genesi non debbano intendersi alla lettera, ma mi sembra che pesanti tracce di letteralismo si trovino ancora nell’idea di natura e della sue leggi come volontà di Dio e base per la morale umana. Generalmente anche l’antropologia ufficiale della chiesa è ancora lontana dall’aver tratto tutte le conseguenze dal fatto che l’uomo non è stato creato direttamente da Dio, ma è il prodotto di una lunga evoluzione naturale e per arrivare a quello che è ora, ha dovuto evolversi per due milioni di anni in un ambiente, in cui si devono comprendere anche altri gruppi di ominidi, spesso ostile. Forse anche nell’idea di ispirazione riferita alla Bibbia si trovano ancora tracce di letteralismo. Perché ad esempio nella prima parte della messa non affiancare alla lettura della Bibbia anche brani di altri autori importanti, scelti dalle comunità, per farne poi un commento più partecipato?

Veniamo ora all’ultimo punto. Molti tra noi hanno l’impressione che le comunità cristiane, tranne casi eccezionali e luminosi, non riescano a testimoniare adeguatamente oggi tutto il loro potenziale profetico così come sarebbe richiesto dalla grave situazione di ingiustizia e di pericolo in cui versa la società globale, a causa della posizione conservatrice della gerarchia. I temi di “destra”, difesa dell’identità cristiana, difesa dell’embrione e del feto, opposizione all’eutanasia, opposizione al riconoscimento di altri tipi di convivenza al di fuori del matrimonio, opposizione ad altri tipi di sessualità diversi da quella eterosessuale, sono largamente privilegiati rispetto ad altri di “sinistra”, che pure bisognerebbe curare.

Sarebbe importante, ad esempio, che la chiesa, a livello centrale ma soprattutto locale, levasse alta, prima che sia troppo tardi, la voce per opporsi al razzismo che sta crescendo nel nostro paese, in particolare proprio nelle regioni più cattoliche, Veneto e Lombardia. La reazione invece è sporadica e troppo tiepida, non all’altezza della sfida. Lo stesso si può dire per l’enorme ingiustizia che cresce nel mondo, per la voglia di guerra, per la brama di profitto che travolge la nostra società. Non bastano più generiche esortazioni, bisogna chiamare le persone e i gruppi responsabili dell’andamento del mondo col loro nome e cognome, anche a costo di perderne i favori.

E si potrebbe ancora continuare ma non sono ora in grado di andare oltre questi cenni. Penso però che su questi argomenti i laici siano in grado di portare avanti con coraggio e fino in fondo il rinnovamento meglio dei chierici perché più liberi mentalmente e meno schiacciati e condizionati dalla responsabilità nella struttura gerarchica. Oggi i laici dispongono anche di strumenti e competenze adeguate e sono più pronti a cogliere i segni dei tempi.

Angelo Papuzza

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