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 442 - Intervista a Livio Pepino

 

Prescrizione e altri mali della giustizia

 

La recente vicenda della prescrizione di un reato di stupro presso la corte d’appello di Torino a distanza di 20 anni dal reato ha sollevato interrogativi a proposito della lentezza dei processi e dubbi sulle possibili inadempienze della magistratura, interrogativi che si ripropongono con preoccupante ciclicità.

Per analizzare, in modo un po’ meno superficiale di quanto sia avvenuto sui media, le cause che hanno portato alla prescrizione in questo - come in altri casi - e acquisire alcuni dati sul funzionamento della magistratura (funzionamento “come dovrebbe” e funzionamento reale) abbiamo posto alcune domande a un magistrato torinese che ha svolto le sue funzioni negli uffici torinesi e presso la Corte di cassazione, il dottor Livio Pepino.

Cosa pensa dell’esito di questo processo per stupro, terminato con la prescrizione?

È indubbiamente un esito scandaloso, pur in un contesto in cui la lentezza dei processi è, nella gran parte dei casi, regola. Una regola che ha sempre conseguenze di profonda ingiustizia: qualche volta la prescrizione, più spesso l’intervento della sentenza definitiva quando le persone, le situazioni, i rapporti sono profondamente mutati dall’epoca del commesso reato. Nel caso specifico, stando alle dichiarazioni del Procuratore generale riportate dalla stampa, le responsabilità si distribuiscono tra tutti i passaggi e i gradi di giudizio posto che «il primo grado è durato dal 1997 al 2007 e poi il processo ha atteso per nove anni di essere fissato in secondo grado».

A proposito della lentezza dei processi, lei parla di regola … Ma se la lentezza può portare alla prescrizione, per essere sicuri che i reati vengano davvero perseguiti non sarebbe meglio eliminare la possibilità di prescrivere? O che i termini della prescrizione fossero congruamente allungati?

Non credo che il punto sia questo. Lo scandalo, infatti, è che il processo sia durato 20 anni, non che dopo tutto quel tempo sia intervenuta la prescrizione. Non è un gioco di parole. Che i processi non possano durare in eterno e che ci sia un tempo, diverso a seconda della gravità dei fatti, oltre il quale non è più possibile procedere è una esigenza fondamentale di civiltà e di rispetto delle persone (imputati e parti offese) che nel corso degli anni cambiano, si trasformano e non possono essere inchiodate a una realtà che non riflette il loro essere attuale. Merita di essere sottolineato – sempre stando a quanto risulta dalla stampa – che, nel caso specifico, la prima persona ad essersi rifiutata di presenziare al giudizio d’appello dopo tanti anni è stata proprio la vittima! Ora, se è così, non si risolve il problema allungando i tempi della prescrizione o addirittura abolendola. Certo si può correggere la disciplina della prescrizione, in alcuni casi tecnicamente incongrua, ma la strada maestra – meglio, l’unica strada – è quella di incidere sulla durata dei processi.

Lei parla della necessità di accorciare la durata dei processi. Ma quali sono le cause che incidono sulla eccessiva (termine in questo caso evidentemente troppo leggero) lentezza degli iter processuali? E quali interventi sarebbe possibili per ottenere processi di durata accettabile? Che cosa si fa - e cosa si potrebbe fare - per risolvere questa situazione che con periodicità viene portata alla ribalta della cronaca?

Il leitmotiv degli operatori di giustizia è che si può fare poco. L’affermazione ricorrente è che «è facile (addirittura banale) dire che bisogna ridurre la durata dei processi ma poi quando si tratta di dire in che modo nessuno sa cosa proporre». C’è, in quell’affermazione, del vero, ma ci sono soprattutto delle pigrizie culturali e dei veri e propri alibi: per il legislatore (e dunque per la politica) e per i magistrati e i dirigenti degli uffici giudiziari (procure della Repubblica, giudici di pace, tribunali, corti d’appello, Corte di cassazione). Cominciamo dal legislatore. Ci sono nel nostro sistema troppi reati: non è possibile perseguirli tutti e, a maggior ragione, perseguirli tutti in tempi accettabili. Bisognerebbe, anziché solleticare, per guadagnare consenso, le pulsioni sicuritarie dell’opinione pubblica, tagliare il catalogo dei reati. Del resto la risposta penale alla devianza non è sempre la più efficace! Faccio qualche esempio: i nostri tribunali e le nostre carceri sono piene di tossicodipendenti, di migranti e di autori di piccoli reati contro il patrimonio. Ma siamo proprio sicuri che l’abuso di sostanze e le migrazioni si governino con il diritto penale? e che la gran parte dei reati contro il patrimonio vadano perseguiti sempre e comunque anche senza la richiesta della parte offesa (quando è evidente che se un malcapitato denuncia il furto di un’autoradio avvenuto mentre si trovava a mille chilometri di distanza da casa, per lui il vero danno sarà il processo con i connessi spostamenti e non la perdita dell’autoradio…)? Comunque sia, in un sistema penale come questo, è inevitabile che i processi durino anni e talora decenni. Se non si interviene su questo piano serve a poco lamentarsi e protestare per la durata eccessiva dei processi. 

E le responsabilità dei magistrati? Quali sono i ruoli dei presidenti del Tribunale e della Corte di appello? presiedono anche loro? hanno funzioni organizzative? hanno funzioni di sorveglianza sul lavoro dei colleghi a loro sottoposti? Che responsabilità possono essere loro attribuite relativamente al corretto ed efficiente funzionamento degli uffici giudiziari? Mi spiego: in una azienda quando uno dei dirigenti commette un reato o una inadempienza con conseguenze rilevanti, le indagini non si limitano al suo personale operato ma indagano anche l'operato dei suoi superiori, in quanto ritenuti responsabili, proprio per il loro ruolo dirigenziale, di mancata sorveglianza.

Parto da una considerazione di fatto. L’obbligatorietà dell’azione penale, prevista in Costituzione, significa che tra la commissione di un reato e il conseguente processo non devono esserci filtri di carattere politico, non anche che tutti i reati devono essere perseguiti nello stesso modo, con lo stesso impegno di risorse, con gli stessi tempi. Sarebbe bello ma – per le ragioni appena dette – non è possibile. E, dunque, i pubblici ministeri quando svolgono le indagini e i giudici (in particolare, i presidenti dei tribunali e delle corti d’appello e delle relative sezioni) quando fissano i dibattimenti fanno, esplicitamente o implicitamente, delle scelte. E di queste scelte devono assumersi la responsabilità di fronte all’opinione pubblica e, nei casi patologici, di fronte agli organi di controllo interni e disciplinari. Anche qui faccio qualche esempio. A Torino c’è una corsia privilegiata, sia nelle indagini che nei dibattimenti, per i processi che hanno a che fare con il movimento No Tav: accade così che modesti processi per resistenza vengano fissati in appello dopo pochi mesi dal primo grado (a sua volta intervenuto in tempi assai rapidi) mentre un processo per stupro aspetta 10 anni e gli omicidi colposi per infortuni aspettano a lungo la fissazione. Ancora, ovunque è frequente che i processi semplici vengano fissati più rapidamente dei processi complessi. E così via. Questa è la realtà e di questo bisognerebbe parlare. I magistrati per lo più si sottraggono, ma è il punto cruciale. E qui si collocano le responsabilità, anche, dei magistrati, in particolare di quelli che dirigono gli uffici. Responsabilità su cui spesso, anche in sede disciplinare, si sorvola. E non è un bel segnale.

Secondo lei quali, tra gli elementi a cui ha accennato, sono intervenuti ad allungare in modo così assurdo i tempi per la conclusione dell’iter processuale nel caso di cui parliamo?

Non so dire quale delle patologie indicate abbia maggiormente inciso su questo esito. Certo ci sono state, nei vari passaggi processuali, negligenze clamorose: per esempio di chi (e si tratta di più presidenti succedutisi nel tempo) ha dimenticato di fissare il dibattimento d’appello per nove anni, lasciando giacere il fascicolo in un armadio. In ogni caso, quel che è certo è che le scuse e il rammarico per l’accaduto sono una risposta un po’ ipocrita se quell’esito viene considerato un semplice “incidente” e non una sconfitta della giustizia e il sintomo di un male grave e diffuso.

Paola Merlo

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