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 483 - Tre settimane in Tanzania / 2

 

È qui il paradiso?

A pranzo, alcune volte, andiamo dove vanno di solito i nostri amici. Le stoviglie sono per terra, il locale lascia molto a desiderare quanto a pulizia, ma il cibo sembra buono e fresco.

Un pasto completo costa 2.000 scellini, cioè 75 centesimi: in mezzo al vassoio riso non condito, abbondante, servito con il “companatico”: spinaci lessi, pezzettini di carne/pesce in salsa, fagioli, insalatina di verdure crude tagliate a fili d'angelo. I locali preferiscono la variante con ugali, polenta bianca di farina di mais. Se ne prende con le mani una piccola quantità, la si riduce a una pallina, poi facendo una piccola pressione si "appiccica" un po' di spinaci, un po' di sugo, un po' di fagioli e così via, senza bisogno di forchetta (che però noi abbiamo chiesto).

Ottimo il pesce, sempre fresco e gustoso. Ma c’è una cosa che colpisce subito in questo ambito: la qualità e la bontà della frutta. Il mango, che da noi suona esotico, è la base di un frullato che ti servono ovunque bello fresco. Nota dolente: è raro che quel che ordini ti arrivi prima di un’ora. Mi sembra quasi che quando ordino il pesce debbano ancora andarlo a pescare.

 

Mwendokasi e dala dala

Il modo di guidare dei tanzaniani è particolare: al confronto i napoletani sono dei dilettanti. I veicoli salgono il marciapiedi, superano a destra e a sinistra, svoltano in contromano. Ci si sente (almeno noi occidentali) continuamente sull’orlo di un incidente che sta per avvenire.

Al centro delle grandi strade che attraversano la città ci sono due corsie preferenziali dove passa il mwendokasi, che costa 650 scellini (circa 25 centesimi). A parte i tempi di attesa, a volte lunghi (40 minuti), il sistema è efficiente, anche se poi le vetture sono spesso piene ‒ come i nostri autobus, del resto. Ma la velocità è abbastanza alta, dato appunto che viaggiano nella corsia preferenziale. In giro per la città poi si vedono sfrecciare piccoli pullman colorati, di varie fogge: i dala dala. La gente ci sale sopra e scende quasi al volo.

Le strade sono in perpetuo aggiustamento e rifacimento. Qualche volta, addirittura, si ha l’impressione che la strada in cui sei passato il giorno prima non sia la stessa del giorno dopo. Buchi, mucchi di sabbia, perforazioni, tubi, laterizi, operai, passerelle… un cantiere continuo, che spesse volte ti fa rimanere imbottigliato nel traffico per decine di minuti.

 

Negoziare su tutto

Sulle strade sono numerosissimi i bajaji, che abbiamo più volte utilizzato. Si tratta di una sorta di risciò motorizzati: i loro conduttori sono quasi sempre giovani, a volte con la musica sparata. Spesso non parlano inglese, e non sempre conoscono i nomi delle vie: non a caso, per arrivare a casa usiamo come punto di rifermento un “noto” bar della zona e non il nome della via (che forse non esiste neanche!). Il loro costo è molto basso, per noi: alcune migliaia di scellini (1000 scellini equivalgono a circa 40 centesimi di euro) che vanno contrattati al momento in cui fermi il bajaji. Di solito si contratta il prezzo della corsa: «Quanto vuoi per andare a…?». «10.000 scellini». «No, è troppo. Facciamo 6.000». «Ok, ti porto con 7.000». Dato il cambio favorevole a noi, anche se il prezzo propostoci superava di 2/3.000 scellini quello “normale”, lasciavamo correre: si trattava di lasciare una mancia di poco più di un euro! Bisogna sempre negoziare: si aspettano che tu lo faccia in ogni scambio commerciale.

 

God hates corruption

Tutto in Tanzania è complicato dal punto di vista burocratico. L’impressione è che, oltre alla lentezza delle persone che sembrano non aver fretta, ci sia una burocrazia ipertrofica, fatta anzitutto di moduli da riempire. Per ogni cosa che fai devi riempire un modulo: è come se il paese, il cui sviluppo è abbastanza recente, volesse darsi un “tono” moderno burocratizzando tutto. Perfino riuscire a pagare in banca è snervante.

La Tanzania è nota per il livello di corruzione diffusa. Percorrendo una strada di grande comunicazione, ci ferma una poliziotta, il cui stipendio è piuttosto basso. Chiede i documenti. Il driver ci pizzica una banconota da 10.000 scellini: poca roba per noi, per loro un modo per arrotondare. Se non paghi, ti trovano qualcosa. Quando si ha a che fare con uffici pubblici, può essere necessario ungere le ruote. Mi colpisce sul retro di un’auto davanti a noi una scritta che dice: God hates corruption. Dio dunque è al corrente e non condivide: che sia la strada giusta per cambiare rotta?

Non abbiamo mai avuto la sensazione di essere in pericolo, a nessuno di noi è stato sottratto alcunché. La gente è ovunque pacifica, serena, amichevole. Solo una volta ci è capitato che un tanzaniano sentendoci parlare in italiano ci avvicina parlando la nostra lingua in modo fluente. Senza sapere che siamo di Torino, ci racconta che suo fratello abita a Mirafiori (ma pensa!). E anche lui ha lavorato per un po’ in Italia. Gli chiediamo di andare a bere qualcosa di fresco. Ci porta in un posto bello, ma non chic. Paghiamo i frullati come se fosse un pranzo completo per 4persone in un posto di un certo livello. Ci ha fregato o voleva solo fare bella figura?

 

Lavorare in/per la Tanzania

Il motivo per cui siamo andati in Tanzania è che la figlia di un amico vi lavora per un’associazione di cooperazione internazionale. Vediamo cosa fanno e come lavorano. Il guardiano è di origine masai. Gerard Gaspar, un giovane gentilissimo che insegna kiswahili, ci fa una lezione di lingua. Anche Ahmed, di lontane origini arabe, è attento alle nostre esigenze. Entrambi parlano volentieri. Gira per l’ufficio anche un ragazzino, Moussa, orfano di padre: a volte passa di lì anche solo per mangiare qualche avanzo del pranzo di qualcuno.

L’ufficio è anche uno dei pochi posti sicuri dove, come si dice, il telefono “prende” grazie al wi-fi. Non sempre quello dell’albergo funziona.

Uno dei progetti dell’associazione è di insegnare, in collaborazione con un centro salesiano, a un gruppo di donne a usare la macchina per fare il sapone, in modo che abbiano un introito per la famiglia. Mi ha fatto ricordare il sapone che facevano mia nonna e mia zia, 40 anni fa o poco più. Il ministero degli esteri (francese) per questo progetto dà una cifra pari ad alcune migliaia di euro. Di fronte alla sua esiguità, il senso di colpa occidentale che ci portiamo dentro assume dimensioni enormi: alcune miglia di euro, cioè una cifra quasi insignificante, può servire a migliorare le condizioni di un gruppo non piccolo di persone.

 

Il re della foresta

Di animali ne abbiamo visti tanti in due parchi naturali, Tarengeri e Ngorongoro: dalle giraffe alle zebre, dagli elefanti agli gnu, dai rinoceronti alle iene, e perfino una leonessa, che con nonchalance ci ha fatto la cortesia di passare proprio di fianco al nostro fuoristrada. A volte l’impressione è quella che gli animali esotici in libertà siano proprio come quelli visti che fanno parte del nostro immaginario per averli visti nei documentari naturalistici. Avviene una sorta di riconoscimento al contrario: il nostro cervello fa una sorta di cortocircuito tra l’elefante reale e quello della tv: sembrano proprio uguali!

Quello che cambia e forse lascia stupiti più di tutto è l’ambiente, la vegetazione (o la sua mancanza, nel caso della savana). C’è un albero in particolare che mi colpisce, e lo fotografo volentieri: il baobab, il vero re della foresta, come lo definisce Alberto Moravia in un libro che raccoglie gli articoli di viaggio della prima metà degli anni ’80: «Non sono gli animali i protagonisti dell’Africa, ma gli alberi e, tra gli alberi, i baobab. Questo colosso vegetale, dal tronco plurimo che pare un fascio di tronchi fusi insieme, dalla corteccia liscia e grassa come un cuoio, dalle radici poderose e dai rami fragili. Questo mostro è africano soprattutto per la combinazione sconcertante del gigantesco con l’inutile. Nulla infatti si può fare con il legno fradicio e poroso, i frutti sono poco commestibili» (Passeggiate africane, Bompiani).

 

Covid e altri guai

Il viaggio però è stato travagliato dal punto di vista sanitario. Sono tornato con il covid e un paio di infezioni, una intestinale e una urinaria... E avevo ovviamente fatto tutte le vaccinazioni per le malattie tropicali. Per fortuna non ho preso la malaria!

Al ritorno andiamo a fare il tampone molecolare all’ospedale di Mwananyamala per tempo: ma l'importo (l’equivalente di 90 euro: quale tanzaniano può permettersi tale cifra?!) va pagato in una certa banca (dall'altra parte della città) e solo in quella. Così dobbiamo fare il tampone il giorno dopo. Ma i risultati arriveranno in tempo? Ce lo promettono. Ma non mantengono. In aeroporto riusciamo supplicando a farci fare un tampone rapido (pagato in dollari). Insomma: siamo gli ultimi a salire sull’aereo. Io allo scalo di Addis Abeba mi misuro la febbre: 39,1 esterna.

Al ritorno scopriamo ‒ alla faccia del tampone rapido! ‒ di essere tutti positivi, perché positivi erano i nostri ospiti. E i risultati del molecolare svolto in ospedale alla fine non ci sono mai arrivati. Pare che quando l'esito è positivo non venga comunicato: questo significherebbe infatti ammettere che il covid è diffuso nel paese, mentre la Tanzania è un paese tendenzialmente “negazionista”, e poi perché una volta accertata la malattia dovrebbero farsene carico, e probabilmente non ne hanno le forze. Ma anche questo comportamento non può non essere denunciato pubblicamente: chi si reca in Tanzania, italiano o no, deve sapere quali rischi corre. Ho scritto all’ambasciatore, mi ha dato una generica rassicurazione.

Il mio principale problema prima del covid però è stata la dissenteria a causa delle infezioni: una condizione difficilmente compatibile col viaggio. Ho dovuto essere ricoverato a Moshi: la pressione arteriosa massima era 64! Non riuscivo a parlare, a stare in piedi. Ero disidratato.

 

La “nostra” Africa

Il viaggio è stato soprattutto un’occasione per capire, per poter parlare dell’Africa non solo per sentito dire. C’è insomma anche una motivazione etico-politica, perché se non si calpesta la terra, se non si consumano le scarpe, non si può dire di conoscere un paese. Cosa sappiamo dell’Africa, infatti? Ci sono fior fiori di studiosi che si occupano dell’Africa. Esistono riviste internazionali, reti televisive e quant’altro. Ma da noi se ci si vuole informare dell’Africa spesso bisogna ricorrere alle riviste missionarie. Questo è un segno del provincialismo italiano. Stupisce la quantità di preti ma soprattutto suore che troviamo sull’aereo. Con una suora salernitana simpaticissima e scaltra scambiamo due chiacchiere. La chiesa, presente in modo capillare, acquisisce informazioni dirette dalle varie parti del mondo.

Certo, la Tanzania non rappresenta tutta l’Africa per cui non si possono generalizzare le impressioni e i nostri vissuti. Sta di fatto che avere avuto l’occasione di immergersi tra le strade delle città, incontrare tanta gente, osservare dal vivo la loro vita ci ha permesso di guardare questo mondo in modo più concreto, liberando la mente da pregiudizi, luoghi comuni e immagini preconfezionate. L’Africa che abbiamo incontrato è un’Africa dinamica, vitale, desiderosa di emanciparsi, urbanizzata ma fondamentalmente interessata a sé stessa e poco incline a sognare di venire in Europa. Anzi non ci è mai davvero capitato che qualcuno ci chiedesse qualcosa del nostro paese o del nostro continente. Persone fiere di sé stessi e di essere africani. Niente a che vedere con le narrazioni di disperati che non aspettano altro che giungere da noi. Non parliamo poi degli sproloqui sull’”aiutiamoli a casa loro” o cose del genere. Cosa vuol dire quest’espressione in una città come Dar Es Salam con 7 milioni di abitanti? I problemi sono altri e imparare ad abbandonare lo sguardo paternalista (quando va bene) potrebbe essere il primo passo per porsi in una prospettiva nuova e costruttiva. Incontrare gli africani per quello che sono e non per quello che noi immaginiamo. Nel nostro piccolo ci abbiamo provato.

Antonello Ronca

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