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 485 - Rileggendo Orwell e Cox (e Oitana)

 

Inni al denaro e al mercato

«Anche s’io parlassi tutti i linguaggi degli uomini e degli angeli, se non ho denaro divengo un rame risonante e un tintinnante cembalo.

E quantunque avessi il dono della profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza, e benché io avessi tutta la fede talché io potessi muovere le montagne, se non ho denaro non sono nulla. Ed anche se spendessi nel nutrire i poveri tutte le mie facoltà e dessi il mio corpo ad essere arso, se non ho denaro, quello niente mi giova. Il denaro sa resistere a lungo […] Sopporta ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sostiene ogni cosa… Or queste tre cose durano al presente: fede, speranza e denaro; ma la maggiore di esse è il denaro». Con una parodia del capitolo tredicesimo della prima lettera ai Corinzi, George Orwell apriva nel 1936 il romanzo Fiorirà l’aspidistra, che narra le vicende di un giovane londinese refrattario a integrarsi nel grigiore di un’esistenza borghese e conformista. L’inno alla carità di Paolo di Tarso diventava un inno al denaro: ma l’intento polemico era evidente, come è evidente la denuncia del carattere ‘religioso’ e al tempo stesso blasfemo che il culto della ricchezza (o comunque la centralità dell’interesse economico) andava sempre più assumendo nella società contemporanea.

In questo singolare esergo è facile riscontrare un’anticipazione delle straordinarie intuizioni che nel decennio successivo avrebbero condotto Orwell a concepire la favola utopico-distopica della Fattoria degli animali e la distopia fantapolitica di 1984. Prima di evocare gli scenari inquietanti dei totalitarismi alle porte, in Fiorirà l’aspidistra Orwell esprime – attraverso un protagonista dai tratti autobiografici – una lucida consapevolezza dell’omologazione in atto nell’Inghilterra liberale: dove non si è in presenza di una rivoluzione degenerata in dittatura, e neanche di un Grande Fratello onnipresente, ma di una nuova divinità che seduce i cuori, conquista le menti e domina incontrastata.

 

Nell’impero dei denaristi

Rileggendo questa pagina di Orwell mi tornano in mente alcune conversazioni con Dario Oitana; e anche alcuni suoi articoli (ad esempio I martiri del denaro e A cosa serve la ricchezza, apparsi sui nn. 412 e 429 della nostra rivista). Dario si scagliava contro il denarismo imperante e ci invitava a «bestemmiare il denaro»; e si sforzava per quanto possibile – diceva – di rimanere con ostinazione un non credente: non credente nell’unico dio del mondo globalizzato, che è per l’appunto il denaro.

Come lui, altri si ostinano a dubitare che il denaro sia onnipotente; e molti rilevano – di fronte alle crisi frequenti e alle bolle speculative – che non pare neppure onnisciente. Tuttavia possiede in altissimo grado alcune eccellenti qualità: è incredibilmente versatile e duttile, capace di incarnarsi in modo proteiforme nell’infinita varietà dei desideri, e quindi di stimolare una corsa senza fine verso il miraggio dell’appagamento. Paradossalmente, come un amore bello e impossibile, risponde in modo fantasmatico alla nostra ansia d’infinito e ne è un surrogato.

Oggi, poi, risponde anche alla nostra mancanza di certezze. Lo scambio – il mercato – ha accompagnato l’umanità sin dai primordi: ma mai come sulle piazze finanziarie del XXI secolo, tutto è apparso commensurabile con tutto, sulla base di unità di scambio che tendono a dematerializzarsi. Mai come oggi tutto è divenuto «negoziabile», in una società liquida in cui cade ogni valore obiettivo, e il valore fluttuante scaturisce esclusivamente dalla sommatoria provvisoria – just in time – delle scelte individuali: sicché il denaro diventa misura di tutte le cose (e specchio illusorio della nostra libertà).

 

I nuovi credenti

Certo, grazie al cielo puoi restare scettico, o addirittura ateo (ateo, dico, rispetto al dio denaro). E puoi farlo, seppure con difficoltà, in nome di una filosofia anarchica o stoico-illuminista, oppure (o anche!) di una fede radicalmente diversa e anti-idolatrica, come quella predicata da Cristo, o magari da Budda. Ma per quanto attiene al cristianesimo è interessante leggere un libretto pubblicato nel 2017 dalle Dehoniane, che riporta il testo integrale di una conferenza tenuta l’anno precedente a Trento dal decano dei teologi statunitensi – e pastore battista – Harvey Cox, particolarmente noto per i suoi studi sulla secolarizzazione.

Il titolo è significativo: Il mercato divino. Come l’economia è diventata una religione. Cox, autore nel lontano 1969 di un best seller mondiale come La città secolare, osserva che non si è affatto andati verso «la diminuzione e riduzione della rilevanza e dell’influenza della religione nella società»: al contrario, «quel fenomeno che per anni è stato catalogato come secolarizzazione ha più a che fare con lo spostamento e la migrazione di simboli, storie e impulsi sacri verso altre istituzioni», prima fra tutte il Mercato.

D’altronde, è sotto gli occhi di tutti come la messa e le liturgie domenicali siano state rimpiazzate dal rito dello shopping, dallo struscio nelle vie commerciali e dalle giornate trascorse negli ipermercati, templi dell’acquisto e del consumo che hanno ormai sostituito le chiese anche nella funzione aggregativa e ‘pedagogica’.

 

Escatologia del consumismo

Non manca, in Cox, un capitolo sui «missionari del Mercato», che «non sono meno devoti alla causa» dei cattolici o dei protestanti che si sacrificarono per diffondere ovunque il messaggio di salvezza (e qui l’analogia è trasparente, con la partecipe attenzione dedicata da Dario ai ‘martiri’ di Mammona e alle loro penose fatiche). E non mancano nemmeno illuminanti accenni alla ‘teologia della storia’ sottesa all’annuncio – al kérigma – della nuova religione e di un nuovo aldilà: «Qual è il mandato del culto del Mercato, del dio Mercato? È la crescita. Il Mercato deve crescere. Fa parte della sua logica. È scritto nel genoma del Mercato. Un Mercato chesmette di crescere, muore. Bisogna continuare a espandersi, espandersi, espandersi».

La conclusione di Cox è duplice. Da un lato, avverte che «il mercato (con la m minuscola) può essere utilissimo» e lo è stato per secoli, ma «il problema è la sua deificazione»: «il sistema economico non fa parte della natura, lo abbiamo costruito noi esseri umani e il suo rinnovamento, smantellamento o trasformazione sono alla nostra portata». Dall’altro si domanda quale sia «il principale punto d’attrito tra la fede nel dio Mercato e la fede nel Dio della Bibbia». E osserva che «la logica del Mercato deificato è l’escalation, uno sviluppo senza fine, mentre tutte le religioni tradizionali concordano sul fatto che viviamo su un pianeta finito e che una crescita infinita è incompatibile con la vita in un ambiente le cui risorse non sono illimitate».

La cartina di tornasole resta l’ecologia. O per dirla con papa Francesco, un’ecologia integrale.

Giovanni Pagliero

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