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 360 - Criminalità a Torino negli anni ’60-70

 

QUANDO LA PAURA VIENE USATA DALLA POLITICA

Il bisogno di sicurezza è uno dei cavalli di battaglia dell’attuale coalizione di governo nella ricerca del consenso. La paura del ladro, del rapinatore, di chi può penetrare furtivamente nella tua casa, di chi può aggredirti all’angolo della strada, affonda le sue radici nell’inconscio collettivo.

E così pure la paura del diverso, di chi può privarti della tua identità, di chi può mettere in crisi le tue certezze religiose e morali. Questo fenomeno psichico che tende non solo a ingrandire il pericolo ma anche a caricarlo di significati angosciosi, ha sempre accompagnato la storia dell’umanità. In particolare negli anni Sessanta e Settanta il boom economico, l’immigrazione, il rapido cambiamento dei modi di vivere, le lotte sociali, si accompagnavano a un aumento della criminalità e a un ancor maggiore aumento della paura e del disorientamento.

Questo stato d’animo era sfruttato dalle forze politiche, allora come oggi? Le citazioni che seguono sono tutte tratte da «La Stampa», spesso dalla rubrica Specchio dei tempi. Occorre tener conto dell’uso giornalistico delle notizie in quanto i redattori sono spinti a venire incontro ai gusti del pubblico e anche a modificarli. Tuttavia, anche se si dà spazio a sfoghi personali, e non mancano generalizzazioni immotivate, penso che sia corretto dedurre che queste paure fossero notevolmente diffuse tra la gente comune.

 

La pistola sotto il cuscino

Così si esprime una ragazza italiana vissuta a lungo in un paese africano e tornata a Torino: «Caro Specchio dei tempi, ti posso assicurare che quando ero in Africa non avevo nessuna paura, camminavo per le strade a qualsiasi ora; ma da quando leggo tutti gli omicidi e le aggressioni che ci sono, una paura tremenda si è impadronita di me. Perché devo avere tanta paura a percorrere un piccolo tratto di strada per andare a prendere il tram? Ogni fruscio mi spaventa, ogni persona che passa mi pare venga da me» (22/11/1962).

In seguito alla proposta di tagliare le dita ai ladri, un lettore avanza un’ipotesi meno disumana: «Sarei propenso che, una volta catturati, questi pericolosi rifiuti della società venissero sottoposti, almeno una volta la settimana, a non meno di dieci pesanti sferzate sulla schiena nuda, a seconda del reato commesso e per un periodo di sei mesi» (7/3/1963).

«In via Reni si dorme con la pistola sotto il cuscino. E non solo in via Reni. Anch’io ho comprato una doppietta e ti assicuro che al primo malcapitato che gli venisse in mente di mettere nottetempo piede in casa mia gliela scarico addosso» (3/5/1969).

Si denuncia «un male che si allarga in modo inquietante: l’Italia è un paese dalla droga facile» (4/4/1970). «Studenti con i libri sotto braccio in una villa trasformata in una fumeria d’hashish. Nel giro anche dodicenni e ragazze giovanissime» (24/4/1970). Un giovane si domanda: «Ho 22 anni, a settembre mi sposo. Ditemi, con quale coraggio potrò mettere al mondo dei figli: per vederli delinquenti, per aggiungerli ai drogati?» (12/4/1970).

Proposte truculente si susseguono: «Una bella forca sulla pubblica piazza» (24/4/1970). «Perché invece di fare tante chiacchiere inutili non si istituisce una legge che chi ferisce o uccide un delinquente abituale viene decorato di una ricompensa al valor civile?» (29/4/1970). «Come ristabilire l’ordine in questa giungla composta da ladri, rapinatori, scippatori, travestiti, pervertiti, belle di notte e di giorno? La malavita dilaga e la città deve difendersi. La nostra rassegnazione alimenta la protervia della delinquenza» (9/5/1970) «La delinquenza cresce e si fa proterva: scippi e violenze, furti e rapine. Basta confrontare le cronache d’oggi con quelle di una decina di anni fa. C’è da sbigottire. Ma che dobbiamo fare? Uscire con la pistola in tasca? Affrontare i malviventi con le armi in pugno?» (17/5/1970).

Sembra imminente la fine del mondo: «banditismo, prostituzione, mafia droga (ma, Dio mio, come siamo diventati delinquenti!). I padri non capiscono più i figli, i professori riveriscono gli alunni, i poppanti già sono stanchi della loro situazione e cominciano a contestare, chi dovrebbe comandare si sforza di obbedire, il sesso è il gran problema che assilla tutti quanti» (23/5/1970).

Quali sono a Torino i “punti caldi”? «A Porta Palazzo 90 prostitute fisse e 40 volanti; auto rubate e demolite; mercato delle armi e delle medicine; cento contrabbandieri» (10/9/1970). «Da via Nizza a corso D’Azeglio: sparatorie, accoltellamenti; un medicone con ambulatorio clandestino; rapine, auto incendiate, rivendita di catene e manganelli» (13/3/1970).

 

Torino, capitale del vizio

Ottomila prostitute, con i relativi magnaccia, si sono impadronite di Torino. Le altre donne, dalle bimbe alle nonne, per non correre pericoli, devono rimanere tappate in casa. Almeno così risulta dagli accorati appelli dei lettori de «La Stampa».

«Sono andato a prendere mio figlio all’uscita di scuola e ho assistito allo squallido spettacolo di “quelle” che stanno appostate ad ogni angolo della scuola. I nostri figli sono costretti a guazzare nel fango e, quel che è peggio, cadervi dentro ingenuamente e rovinarsi per tutta la vita anima e corpo» (12/10/1966). «La zona dove abito è infestata da decine di prostitute che vi esercitano il loro lurido mestiere. C’è da impazzire: con le nostre bimbe (8 e 10 anni) siamo arrivati al punto di non farle più scendere se non per andare a scuola. Bambine di quell’età, tenerle in casa tutto il giorno e tutto ben tappato per non vedere e non sentire quello che succede di sotto. Una sera della settimana scorsa mia moglie dovette recarsi alla farmacia notturna per il bambino che aveva la febbre. Proprio sul portoncino di casa venne scambiata per una di quelle da un gruppo di teppaglia e protettori che la offesero. Le prostitute presenti la minacciarono. Facevo il turno serale e quando arrivai a casa trovai mia moglie piangente e disperata. Chiedo che le autorità non mi mettano nella condizione di farmi la legge da solo» (23/10/1966). «Non abbiamo il diritto di vivere in strade che non siano postriboli? Le tasse che paghiamo non ci devono forse garantire dagli spettacoli disgustosi ai quali, da anni ogni giorno in quasi tutte le strade di Torino e dintorni, siamo obbligati ad assistere?» (18/9/1968). «Le strade e i marciapiedi, del centro e della periferia, sono affollati da prostitute che assaltano le macchine, mentre nelle vicinanze visi torvi dalle basette lunghe, a bordo di macchine fuori serie, controllano che il mercato del vizio proceda sul binario che loro desiderano» (20/9/1968). «Sabato scorso, alle 20,30, mi sono trovata in via Nizza. Se avessi percorso un tratto di giungla non avrei avuto più paura. Agli angoli delle strade donne in posizioni provocanti, strani individui capelluti e barbuti che vagavano con aria tutt’altro che rassicurante. Due di questi mi si affiancarono spingendomi e voltandosi a guardarmi in modo che mi faceva impressione. Concludo che a Torino una donna sola e onesta vive molto male. Dove andremo a finire?» (8/10/1968).

Anche le nonne sono adescate: «Sono una nonna, abito in una zona infestata dalle prostitute e, dalle sette di sera, non si può uscire di casa senza essere importunate. Mi sono vista pedinare, sentita invitare, richiamare con frasi irripetibili, più volte. Naturalmente, non porto minigonna, non faccio ballare la borsetta, non lancio occhiate assassine. Sono una nonna. E allora? Non si può più uscire per la paura, lo sconcio, la nausea? Perciò mettiamo un distintivo alle meretrici, magari luminoso» (15/11/1968).

Esagerazioni? Eccezioni? Sfoghi isterici? Forse. Eppure lo stesso sindaco di Torino Giovanni Porcellana, ebbe a dichiarare: «Torino detiene il vergognoso primato della prostituzione più sfacciata d’Europa» (15/3/1972).

 

La controffensiva della «Stampa»

Nel marzo del 1972 «La Stampa» lancia una campagna di informazione volta a mostrare che 40 anni prima (cioè sotto il fascismo) la delinquenza, cifre alla mano, era più diffusa: «omicidi, lesioni gravi e rapine sono scesi» (12/3/1972). Nei giornali fascisti non si doveva parlare di delitti ma solo di cronaca rosa. Tuttavia, esaminando le relazioni del Procuratore, il quadro generale si rivelava più grave rispetto a quanto avveniva nel 1972 (14/3/1972). Anche la Torino di fine Ottocento risultava piena di «violenza, omicidi, rapine e paura» (19/3/1972) Si denuncia la «memoria corta»della gente (26/3/1972) e si conclude affermando che «1) Le imprese dei moderni criminali assumono aspetti più clamorosi anche in seguito alla divulgazione degli episodi, grazie alla libertà di stampa. 2) gli omicidi per rissa sono notevolmente diminuiti. 3) circolare di sera in città non è più pericoloso di una volta, mentre è molto più sicuro viaggiare da un paese all’altro» (2/4/1972).

Quale il motivo di questa campagna? Il 7 maggio di quell’anno si sarebbero tenute le elezioni politiche. Il partito che aveva come bandiera ordine e sicurezza era il Movimento Sociale che cercava consensi nei nostalgici dell’Italia “pulita e ordinata” del Ventennio. Un sensibile aumento di voti al Msi avrebbe inferto un duro colpo alla governabilità dell’Italia. Nelle elezioni l’aumento del blocco Msi-monarchici risultò infatti contenuto.

Che cosa invece si è verificato negli ultimi vent’anni? Semplificando: nuove forze politiche (Lega e Forza Italia); «sdoganamento» di Alleanza Nazionale come partito democratico; riforme elettorali; l’immigrazione che ha portato i gestori del consenso a fare identificare il criminale col diverso. Una serie di fenomeni che hanno consentito la promozione del fattore criminalità a motivo trascinante della propaganda politica, con l’aiuto decisivo del potere mediatico. Non essendoci il rischio dell’ingovernabilità, nessun potere forte ha ritenuto di contrastare la tendenza dominante, come era avvenuto nel 1972.

Ovviamente il discorso andrebbe approfondito. Soprattutto, si nota una carenza della cultura diciamo progressista nell’affrontare il problema criminalità e nell’analisi dell’uso politico della paura messo in atto nell’ultimo periodo.

Dario Oitana

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