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 363 - LIBERTÀ & SOCIALITÀ

 

PER UNA CIVILTÀ INDUSTRIALE

 

La rivoluzione francese ha ben definito i due poli entro i quali si sarebbe sviluppata la società industriale: liberté e fraternité, la libertà dell’individuo e la fraternità o socialità che lega gli individui in una società, e ha dato a questi due concetti un significato nuovo, centrandoli sulla persona: libertà, diritti e dignità di ogni singolo individuo che rinuncia a una parte di questa libertà per formare società di uomini e donne uguali.

Libertà e socialità sono due valori fondanti e basilari per l’umanità e non possono essere separati, tuttavia si trovano spesso in tensione tra loro. Ecco perché alcune teorie hanno tentato di elaborare sistemi politici fondati su uno solo dei due valori. L’applicazione di queste teorie però si è sempre risolta in un disastro per le società che vi tendevano. Mi riferisco in particolare alle teorie liberiste e collettiviste.

 

Due tipi di industrializzazione

Il liberismo, nelle sue espressioni più estreme, considera la società solo come un ambiente, neutro ma più spesso ostile, in cui l’individuo si muove liberamente. Cercando di realizzare le proprie potenzialità e di soddisfare i propri bisogni, utilizza uomini e cose senza preoccuparsi delle conseguenze che possono derivare agli altri uomini, alla società o all’ambiente. Nel collettivismo più spinto, viceversa, l’individuo sparisce, fagocitato dalla società, massificato: non si tiene conto dei suoi desideri, aspirazioni, creatività, la sua libertà è annullata. Tra questi due estremi si muovono molte vie di compromesso come il liberalismo, la democrazia, il socialismo.

In particolare il ’900 ha visto il confronto tra due modi diversi di organizzare una società industriale: il capitalismo, che ha puntato sulla libertà politica ed economica dell’individuo e il comunismo che invece ha puntato sullo Stato, la proprietà pubblica e la pianificazione dell’economia. La sfida è stata vinta dal sistema capitalista che si è dimostrato più vitale e in grado di rispondere meglio alle esigenze di una società industriale in perenne cambiamento. Rimasto senza alternative, e avendo a disposizione tutto il mondo, il capitalismo si è spostato sempre più verso il liberismo, mostrando tutti i suoi limiti sociali, politici ed ecologici, dovuti all’impossibilità di uno sviluppo indefinito in un mondo finito. La situazione è tanto più grave in quanto, caduto il campo comunista, è venuta meno anche la critica marxista al capitalismo.

 

Riprendere la critica

Da tempo in verità questa critica si era fossilizzata in una ripetizione dogmatica e fideistica dei detti di Marx, senza preoccuparsi di correggere i sempre più evidenti errori della teoria e di aggiornarla per rispondere alle profonde modificazioni che il capitalismo aveva nel frattempo provocato nella società. Le macerie hanno così coperto anche la parte vitale ancora valida e l’analisi profonda che Marx aveva fatto della società capitalista. Penso che sia necessario riprendere queste analisi e queste critiche per poter dare un’alternativa al capitalismo liberista che altrimenti potrebbe implodere a sua volta, procurando danni incalcolabili all’umanità. Penso in particolare a due punti: 1) la necessità di dare un indirizzo razionale e sociale alla produzione; 2) l’idea del valore lavoro.

La collettivizzazione dei mezzi di produzione in Urss e in Cina ha permesso ai due paesi di dare inizio a una industrializzazione in tempi accelerati e non dipendente dai capitali stranieri, ma ha anche provato che non è la proprietà privata che genera lo sfruttamento e si è mostrata inadatta a sostenere una società moderna, libera ed aperta. Ciò non toglie che le critiche di Marx al mercato di libera concorrenza come unico motore dello sviluppo industriale sono sempre più valide di fronte alle disfunzioni, sprechi, inquinamenti, disuguaglianze, crisi che genera. D’altra parte l’umanità ha sempre cercato di controllare le condizioni della propria vita e di portarle il più possibile in un ambito razionale. Non si vede perché debba lasciare proprio l’economia in balia di forze incontrollate e irrazionali, o della programmazione di grandi gruppi privati. Lasciando il più ampio spazio possibile all’iniziativa privata, deve però essere l’organizzazione politica, ai vari livelli, a decidere i principali aggregati macroeconomici. In particolare occorre prestare la massima attenzione all’uso delle risorse del pianeta che sono limitate, in via di esaurimento, mal utilizzate e mal distribuite tra i popoli e i vari impieghi, cioè tra beni di interesse privato, beni di interesse pubblico, investimenti, ricerca. Questa programmazione, in un mondo globalizzato, deve essere globale per essere efficace. E qui possiamo constatare il ritardo politico che abbiamo accumulato: G8, G20, Istituzioni internazionali, Onu sono ridicolmente inadeguate al bisogno e ogni giorno che passa lo diventano sempre di più. Anche la democrazia è in crisi per mancanza di istruzione, informazione e strumenti di partecipazione adeguati, mentre i partiti, i sindacati, i movimenti di sinistra oscillano tra un rifiuto sterile della globalizzazione nell’attesa di una palingenesi generale e l’accettazione acritica dell’esistente.

Marx pensava di aver scoperto il segreto del valore di scambio delle merci nel tempo di lavoro diretto e indiretto utilizzato per produrle. Questa sua teoria si è dimostrata niente più che una petizione politico-filosofica. Resta però il problema di portare al centro del sistema produttivo il lavoro, di utilizzare completamente e al meglio quello disponibile, di remunerarlo tenendo anche conto della sua utilità sociale. E anche questo non può essere lasciato in balia del mercato globale e degli interessi che ci sono dietro, perché le distorsioni che provoca sono ogni giorno più gravi e inaccettabili, soprattutto per le masse dei paesi poveri e per i giovani.

 

Per un equilibrio tra individuo e società

Infine occorre riprendere le due critiche centrali di Marx al capitalismo: 1) non bisogna dimenticare che oltre alla genialità, creatività e iniziativa dell’individuo, la produzione è un’impresa collettiva; 2) il capitale è stato fondamentale nello sviluppo industriale e ancora oggi è indispensabile, ma è solo uno strumento e il suo potere non può essere totalizzante. Perché il capitale è in grado di produrre grandi quantità di merci, ma rischia continuamente di trasformare anche il lavoro in merce, reificando così la persona che lo esegue.

Dunque c’è molto lavoro politico di elaborazione, di informazione e di propaganda per la sinistra mondiale che deve superare al più presto i rimpianti, le divisioni, i dogmi, i fondamentalismi, il ribellismo autodistruttivo, l’acquiescenza e la subalternità se vuole presentarsi come alternativa possibile al capitalismo liberista e affrontare tempi veramente difficili.

Angelo Papuzza

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