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 364 - XENOFOBI SU FACEBOOK, E NON SOLO

 

SONO RAZZISTA, MA STO CERCANDO DI SMETTERE

 

Di razze umane ce n’è una sola, quella umana, diceva Einstein. Eppure certi sentimenti non smettono di circolare. Siamo tutti parenti, discendenti dagli stessi antenati africani che hanno colonizzato in poche migliaia di anni tutto il pianeta, ce lo hanno insegnato in prima quando facevamo la preistoria.

Niente razze, ma molto razzismo. Nella nostra cultura, nei tanti luoghi comuni in cui inciampiamo ogni giorno, nei pregiudizi che ci guidano attraverso le piccole e grandi vicende della vita e che ci portano a subire, dire, fare o semplicemente pensare cose razziste. Un esempio? Ero su Facebook. Stavo navigando a caso. Vedo un bel po’ di gruppi con lo stesso titolo: «+ rum, – rom». Mi incuriosisce. Il più popolato ha più di tremila iscritti. Leggo alcuni interventi. La maggior parte dei commentatori, a giudicare dalle foto, ha sui vent’anni. Ne riporto alcuni, con nome e cognome. Sedetevi. Marco Piras: «Mettiamoli nel Colosseo con i leoni dentro!». Carlo Angioni: «Vanno sterminati». Mauro Contu: «Vanno accolti… nelle camere a gas… ehehehhe… 60 anni fa una persona aveva capito il da farsi con questi bastardi… ci vorrebbe una bella pulizia etnica!». Andrea Cocco: «Che poi quando vengono intervistati i rom del c*** dicono sempre “non essere colpa loro, e loro essere brava gente”… quelli lì che hanno stuprato li buttassero dentro all’Etna!». Michele Placido: «Li metterei dentro una piscina di benzina e poi ci butterei un fiammifero dentro!». Simone Ragonesi: «Secondo me bisognerebbe sparare a vista appena si nota un gommone al largo!». E via di questo passo.

 

Respingimenti

Ma io non scriverei mai certe frasi. Non invoco la censura, ma vorrei capire. Internet è uno strumento nato per migliorare le nostre comunicazioni. E questo sarebbe il risultato? Rinfocolare parole d’ordine che hanno più di 50 anni! Si potrebbe anche sostenere che queste sono solo parole. Forse. Ma possiamo consolarci così? La cronaca, anche di recente, segnala un crescendo di atti di violenza nei confronti di immigrati che potrebbero far pensare a una sterzata in senso razzista del nostro paese. Ne ricordo un paio. Un leghista, Matteo Salvini, il 7 maggio ha dichiarato: «Prima c’erano i posti riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte. Adesso si può pensare a posti o vagoni riservati ai milanesi». Un episodio poco importante in sé, ma molto rivelativo. Un altro, più grave, che ha suscitato le preoccupazioni della Chiesa e perfino dell'Onu. Alcune motovedette italiane hanno riportato in Libia oltre 200 extracomunitari, tra i quali 40 donne (3 incinte) e 3 bambini, dopo averli soccorsi nel Canale di Sicilia. «È l'ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati», ha detto uno degli esecutori del respingimento. Sì, perché la linea dura del governo ha anche inventato una nuova parola: «respingimento». E il presidente del Consiglio, difendendo la scelta del governo della tolleranza-zero nei confronti dell'immigrazione clandestina, l’8 maggio ha commentato (titolo del «Sole 24 ore»): «La nostra idea dell'Italia non è multietnica».

Spostiamoci nel tempo e nello spazio. «Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, diventano violenti. Le nostre donne li evitano perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». No, non sono i rom, o i romeni o gli extracomunitari. Sono gli italiani. Il testo mi è arrivato via mail, sarebbe tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti del 1912. Non sono riuscito a controllarne la fonte. Vero o falso che sia, la materia del pregiudizio è sempre la stessa: la puzza, la poca voglia di lavorare, la prolificità, l’elemosina, la violenza, la tendenza al crimine, e in particolare allo stupro.

 

Proprio un rom…

Come mai tanti italiani, a lungo stranieri nel mondo, in America ma non solo, respingono l’altro? Marco Aime, un antropologo dell’università di Genova, ha cercato di spiegare come si è diffuso nel nostro paese il pregiudizio contro gli stranieri in un libro, La macchia della razza (Ponte alle Grazie). Come mai tanti italiani, a lungo stranieri nel mondo, in America ma non solo, respingono l’altro. E lo fa rivolgendosi in forma di lettera aperta a Dragan, un bambino rom, uno di quelli cui si vorrebbero prendere le impronte digitali. Confesso che tra tutti proprio gli zingari, i rom, non sono mai riuscito a farmeli piacere, anche sforzandomi. Insomma: se uno zingaro mi passa di fianco, mi viene istintivo mettermi la mano sulla tasca posteriore dei pantaloni. In fondo, tutti abbiamo avuto un nonno o una nonna con la badante romena, ma uno zingaro in casa… no, quello non ce lo vedo, se non per rubare! E aprendo il pc leggo sempre su Facebook: «Il papa difende i rom? Spostiamo i campi nomadi nei giardini vaticani!».

Ecco una delle conclusioni di Aime: «Non è il razzista che mi spaventa, Dragan, sono gli altri a fare paura. Tutti quelli che sanno, che vedono e tacciono. I complici silenziosi. Guardano il tuo dito sporco di nero e... Nulla. Qualcuno tace, pensando che in fondo te lo meriti, ma non ha il coraggio di dirlo apertamente. Zingaro, ladro, in fondo cosa vuoi da noi? Altri pensano che sia sbagliato, ma tacciono anche loro. Perché complicarsi la vita? E poi, cosa ci posso fare io?». Dunque c’è qualcosa di più pericoloso per Aime dei razzisti. Sono quelli come me, quelli che non accetterebbero di sentirsi dare del razzista. E che però di fronte alla deriva recente, non si mettono a rompere le scatole agli amici cercando di farli ragionare. Sul fatto che il vero problema è l’immigrazione, un fenomeno complesso e difficile da regolare. Che in ogni caso non si può trascurare il fatto che coinvolga persone umane che hanno diritto ad essere trattate come tali. Che il declino demografico che caratterizza il nostro paese soltanto gli immigrati sono in grado di colmarlo. Che l’Italia è ormai di fatto una nazione multietnica, con oltre 4 milioni e mezzo di immigrati regolari. Con buona pace del presidente del Consiglio. Che la lentezza con la quale l’amministrazione concede le regolarizzazioni fa sì che centinaia di migliaia di persone lavorino da anni in Italia come «clandestini». Che è poi il discorso che fa la Chiesa.

Ma un discorso del genere servirà a convincere chi ha scritto le frasi razziste su Facebook? Non credo. Forse bisogna andare più a fondo. Forse bisogna vedere che cosa c’è dentro di me, cominciando dal rovesciare la convinzione che io non sono razzista nel suo contrario: sono razzista, ma sto cercando di smettere (come dice il titolo di un libro di Barbujani-Chioli). E di lì provare a trovare qualcosa di comune tra me e i «razzisti». Più che di «razzismo» si dovrebbe allora parlare di paura del diverso, generata da fatti sociali ma rafforzata da conflitti interiori. Insomma gli extracomunitari non sarebbero altro che il capo espiatorio di una società in declino morale, che pretende di essere migliore di altre basandosi su paure che i nostri politici non fanno altro che alimentare. L’uomo avrà sempre paura di confrontarsi con l’altro, con il diverso, perché vuol dire cambiare e rivedere le proprie opinioni. E questo non tutti sono disposti a farlo.

Antonello Ronca

 

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