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 369 - CRITICA ALLA SOCIETÀ DEI CONSUMI

 

UTILE DEPRIMENTE, INUTILE DIVERTENTE

 

«Contenimento della spesa pubblica, incremento dei consumi!». Chi ormai oserebbe avanzare qualche dubbio su questo dogma? Né in Italia né altrove si levano voci critiche. Al massimo è consentito discutere sui particolari: quali tagli occorre apportare alla spesa pubblica, quali consumi vanno particolarmente incoraggiati.

Eppure non occorre essere dei sapientoni per constatare che se la spesa pubblica viene amministrata con saggezza, essa riguarda in genere settori di pubblica utilità e spesso viene incontro a bisogni primari: la sanità, l’istruzione, la difesa dell’ambiente, la sicurezza nel senso più ampio del termine, la salvaguardia del nostro futuro, la previdenza, l’assistenza, la cura dell’infanzia e investimenti ecocompatibili nei paesi poveri volti a creare un clima di pace e di giustizia a livello planetario.

L’incremento dei consumi, nel mondo industrializzato del terzo millennio porta un miglioramento della qualità della nostra vita? Fino a venti, trent’anni fa, la diffusione di elettrodomestici e mezzi di trasporto contribuiva ad aumentare il benessere della maggioranza. Ma in seguito la curva che segna l’aumento del Pil si è man mano distinta da quella che indica l’aumento dell’effettivo benessere fino al punto in cui quest’ultimo si è interrotto mostrando anzi segni di decrescita. Quello che ieri era quasi sempre utile si presenta sempre meno utile. La legge non scritta che, per esempio, impone a tutti di avere un’auto, un’auto sempre più ingombrante e sempre meno durevole, ha portato inquinamento, stress, lentezza e spese private e pubbliche via via crescenti. Il rapidissimo aumento di telefoni cellulari e di computer, con modelli ogni anno superati, ha portato la maggioranza della popolazione ad aggregarsi in modo creativo coi propri simili, ad approfondire la propria cultura, a raggiungere una maggiore serenità interiore?

 

Utile e necessario

Ma allora perché la superiorità dell’inutile sull’utile, del superfluo sul necessario viene accettata con supina rassegnazione? Viviamo in un mondo di immagini, in una realtà in gran parte virtuale. E qual è l’immagine dell’utile, del necessario? L’immagine viene sempre associata a qualcosa di fosco, triste, deprimente, qualcosa che limita la libertà. Ospedali pieni di gente che soffre, invalidi, anche giovani, condannati a passare tutta la vita su una sedia a rotelle, studenti annoiati chini sui libri, un futuro inquietante, genitori alle prese con bimbi sempre più esigenti, intere regioni devastate dalla miseria, dalle guerre civili, dal degrado ambientale. Il fatto che l’utile sia tale in quanto rimedio alle suddette negatività non impedisce che possa trasmettere emozioni sgradevoli. Il progresso civile comporta tempi lunghi e non presenta nulla di spettacolare.

E qual è il mezzo attraverso il quale possiamo far fronte ai bisogni necessari dell’umanità? L’intervento dello Stato, la spesa pubblica, le tasse! L’immagine dello Stato è quella di un orco o di un ladro che ci deruba. Ma «Stato» è un’astrazione. Ci sono ministri, funzionari e un esercito di dipendenti. La prima reazione è quella di considerarli tutti ladri, fannulloni, incapaci. Da parte loro i dipendenti pubblici sono spesso demotivati, non sentono la fierezza di svolgere mansioni utili, se non necessarie, per il bene di tutti. Chissà perché questa fierezza viene inculcata solo in coloro che sono dotati di un’arma: esercito, forze dell’ordine. La parola «tasse» evoca la losca figura dei gabellieri che da sempre spremono il povero contribuente. A nessuno passa per la mente che pagare le tasse significhi un ottimo investimento, una garanzia per il presente e per il futuro per sé e per i propri figli, un’espressione di illuminato egoismo.

 

Inutile e superfluo

Ma qual è invece l’immagine dell’inutile, del superfluo? Un’immagine sorridente, divertente, un’immagine di libertà. L’inutile viene facilmente spettacolarizzato: battute spiritose, persone sempre sorridenti, cartoni animati, motivetti orecchiabili, ballerine sculettanti, film e telefilm il cui lieto fine è sempre scontato. Vengono anche presentate immagini negative di un mondo “alternativo”, da evitare. Questo è il compito di film e di telefilm “gialli”, “horror”. Ma il negativo è qualcosa di esterno a noi: l’assassino, il drogato, il mostro, in una parola il diverso. Anche questo messaggio è altamente rassicurante: noi non siamo così, siamo i buoni, gli onesti, i protetti, destinati a una vita serena.

Una volta, in una società sempre in lotta per la sopravvivenza, il superfluo era eccezionale e veniva accolto come una festa. Ora la “festa” è di tutti i giorni e per mantenere alta la carica emotiva la pubblicità trasmette nella gente la sensazione che nuovo, eccezionale. L’accesso sempre crescente ai consumi viene presentato come la massima espressione della libertà dell’individuo. «Così io esprimo la mia essenza più profonda, anche gli altri facciano come me! Non abbiamo bisogno che lo Stato ci insegni a vivere, ci imponga i suoi fastidiosi comandamenti!».

 

L’utile è più utile dell’inutile

La domanda che si impone è perciò: è possibile invertire la tendenza? È cioè possibile far capire alla “gente” che l’utile è… più utile dell’inutile? La domanda non ha senso. O meglio, avrebbe senso se la persona umana fosse una specie di bilancino: metto da una parte i “pro”, dall’altra i “contro” ed osservo da che parte pende la bilancia. In questo caso la risposta sarebbe fin troppo ovvia. La domanda corretta sarebbe: «È possibile smuovere la nostra emotività in modo che l’inutile sia sentito come deprimente e l’utile come gratificante?»

Sì, è possibile. A patto che noi “intellettuali” mettiamo tra parentesi le nostre brillanti argomentazioni, deponiamo la nostra arroganza e cessiamo di parlare usando solo una parte del nostro cervello. Solo così potremo metterci in sintonia (orrore!) col popolo berlusconiano.

Solo così potremo fare leva sulle emozioni di sinistra: la solidarietà, la compassione, il destino comune che ci lega, la fierezza di dare un senso alla propria vita, di conquistare un’autentica libertà e uscire dalla dipendenza dall’oscuro potere del cosiddetto libero mercato. Le emozioni di destra hanno saputo, nel corso del Novecento, guidare intere masse verso la catastrofe, a prezzo di spaventosi sacrifici. Possibile che non siamo capaci di operare il passaggio dalla deprimente eterodirezione all’esaltante autodirezione, dall’umiliante imitazione di modelli già confezionati all’appassionante e libera ricerca di “nostri” modelli, dal divertimento alienante alla gioia che riempie il cuore?

Dario Oitana

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