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Post invece dei fiori

 

La morte è la più intima compagna e il più ancestrale tabù di ciascuno, soprattutto nell’epoca in cui le persone “mancano” o “se ne sono andate” ma giammai “muoiono”. Non è un pensiero originale: romanzi, saggi, film, hanno cercato di raffigurare questo disorientamento contemporaneo e questa afasia. In queste righe vogliamo piuttosto avvicinarci allo statuto della morte e del morire su internet, altro luogo in cui nascono e crescono la cultura e i costumi contemporanei.

 

Muoio, dunque sono

La cultura elettronica si svolge sin dai suoi albori, prima ancora che internet mettesse i computer in connessione tra di loro, a contatto con la morte (e la vita). Molti dei primi giochi elettronici erano caratterizzati da protagonisti, poco importava che fossero macchine o ‘persone’, che avevano più ‘vite’ per raggiungere l’obiettivo del gioco. Altre ‘vite’ si potevano ottenere attraverso la ricerca di amuleti e pozioni o il superamento di prove di abilità. La morte di alcune ‘vite’ nel tentativo di scoprire come giungere la meta erano considerate ‘naturali’, come se fosse impensabile riuscire ad apprendere e a fare tutto in una vita sola. Introducendo una nuova forma di “resurrezione” diversa da quella di tutte le religioni e le filosofie: una ripetizione continua di sé, nella possibilità di ricominciare da capo, di evitare le scelte sbagliate, di migliorare il proprio percorso, sino ad arrivare alla prestazione perfetta, degna di essere “salvata” per poter da lì ripartire. È la vita (una delle) a essere salvata e non l’anima, in un processo sempre reiterabile e provvisorio, ben diverso dalla salvezza cristiana, ottenuta una volta per sempre attraverso un evento puntuale e non reiterabile.

Nel ripercorrere questo scenario, vissuto ormai in anni lontani, non posso non pensare alle ricadute nel modo di pensare la vita, la morte e forse anche la salvezza e la resurrezione della mia generazione e quelle successive. Quanto è più difficile − o inimmaginabile − considerare un evento definitivo, irripetibile, necessario? Quanto ancor più lo è sapere cosa si intende teologicamente per “salvezza”?

 

Il morire su Facebook, intimo e pubblico

Capita spesso che la morte di personaggi celebri incida sull’opinione pubblica e provochi l’esigenza di partecipare alle esequie o di avere un momento di ricordo. Se i mezzi di comunicazione di massa ci avevano abituati all’estensione di questo impulso con i funerali in diretta tv e la commemorazione interminabile nei talk show, i social network hanno permesso di approfondire la partecipazione a questo genere di eventi. Lo si è visto in occasione della morte di personaggi pubblici − celebre esempio è stata la prematura morte del motociclista Simoncelli- − con la condivisione di fotografie, video, citazioni, con i propri contatti, e di personaggi diventati pubblici per caso − come Gabriele Sandri, il tifoso ucciso nel 2007 − sulla cui bacheca amici e sconosciuti hanno ‘postato’ frasi di commiato, come se ancora potesse leggerle, a mo’ di una nuova interpretazione contemporanea dei mazzi di fiori lasciati ai crocicchi delle strade. Un fenomeno significativo è avvenuto in occasione della recente morte del cardinale Martini: si è messa in scena ancora una volta la necessità di ricordare, eppure ha vestito un abito con colori diversi, perché ci sono state anche preghiere, aneddoti di momenti di incontro personale, condivisione del motivo per cui ci si sentiva un po’ più soli. È sembrato quasi di essere nel salotto di una casa, a vivere insieme la veglia funebre, tra le lacrime dell’abbandono e il sorriso portato da ricordi splendidi. Le bacheche di un social network, da alcuni considerate evanescenti ed effimere, hanno grondato emozioni e commozione e hanno proposto un tipo di “comunione” provocatoria, non ancorata più sulle categorie consuetudinarie del territorio e della convivenza quanto piuttosto sulla condivisione profonda di valori, vissuti, esperienze ecclesiali.

Talvolta la morte ci tocca più da vicino, coinvolgendo qualcuno di cui abbiamo il numero di telefono o l’indirizzo e-mail. Guardiamo il computer e il cellulare, abituali compagni delle nostre giornate ed estensori della nostra memoria, con incertezza: li conservo o li cancello? È un gesto semplice, che sappiamo essere utile razionalmente, eppure è faticoso, sconveniente, violento. E l’“efficienza” degli strumenti a nostra disposizione viene messa alla prova: google mail ha una funzione che suggerisce di aggiungere un determinato destinatario alla mail che si sta scrivendo a qualcuno, perché abitualmente si scriveva loro insieme. Google mail non lo sa che uno di loro è morto e che quel messaggio innocuo può diventare motivo di commozione, di rabbia, di confusione.

 

È arrivata la mia ora

Il nostro percorso necessita di un’ultima tappa prima di concludersi: l’ora della nostra morte. Accanto alle varie incombenze burocratiche che accompagnano i funerali, bisognerà iniziare a occuparsi anche di quelle digitali. Le persone muoiono ma i loro account di posta continuano a ricevere lettere sin quando tutto lo spazio a disposizione non viene occupato (e spesso è così tanto che sarebbero necessari anni), i loro profili sui social network sono potenzialmente eterni, i motori di ricerca mettono insieme passato e presente − vita e morte − in un unico flusso comunicativo.

Si tratta di una forma di immortalità, lasciando ai posteri traccia di chi si è stati, oppure è un abbandono inconsapevole nelle mani dei fornitori dei servizi? L’identità digitale è il nostro alter ego o è una nostra proprietà? E, in questo caso, è un bene che possiamo lasciare a degli eredi oppure no?

La legislazione attuale non permette di avere risposte certe e i servizi online hanno regolamenti difformi e poco conosciuti (anche perché solitamente accettiamo le condizioni senza leggerle). Può essere utile avere qualche buona abitudine: conservare sul proprio computer una copia del materiale condiviso nei servizi on clouds (perché gli eredi potrebbero affrontare controversie giuridiche per ottenere i dati); scegliere un esecutore testamentario digitale a cui affidare tutte le credenziali di accesso e le istruzioni si cosa fare in caso di morte (viceversa potrebbe essere difficile e costoso recuperare tutte le informazioni); distinguere tra i propri dati personali e quelli a cui si viene in contatto per motivi lavorativi, per non mettere quest’ultimi a disposizione di terzi inopportuni.

Piccole abitudini pratiche che, però, ci impongono di pensare alla nostra possibile morte: siamo in grado davvero di immaginarla, di prepararla, di condividerla?

 

Simona Borello

 

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