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 337 - SOPRUSI SUI PIÙ DEBOLI

 

IL “BULLISMO” DEL BUON TEMPO ANTICO

Il ripugnante episodio di bullismo ai danni di un ragazzo handicappato in una scuola di Torino ha fornito ai benpensanti l’occasione per rimpiangere i costumi del passato e lamentare la «perdita dei valori tra i giovani d’oggi». 

Senza volere neppur minimamente giustificare il comportamento dei quattro studenti torinesi, mi permetto di porre questa domanda: che cosa sarebbe successo se, nelle scuole di una volta, fossero stati inseriti degli handicappati o degli studenti di colore?

La cosa era del tutto inimmaginabile. La società di una volta era rigidamente violenta, maschilista e razzista, dominata dalla ripugnanza nei confronti del diverso. Tutti coloro che in qualche modo erano colpiti da disturbi psichici e da handicap mentali erano circondati da un clima di paura e di disprezzo: pazzi, mentecatti, mattoidi. Le classi inferiori erano descritte come composte da individui rozzi e brutali, l’omosessualità era infame, nefanda, gli autori di gravi reati delinquenti nati. Le donne violentate erano colpevoli, le ragazze madri indegne di vivere in famiglia. E, diversamente da quanto accade oggi, nessuna voce si levava per contrastare la mentalità dominante (cfr il foglio 278).

Ecco come, su una rivista per donne intellettuali e con un’elegante veste tipografica («La donna», 20/3/1908), si rispondeva a una signora con una figlia che presentava semplicemente qualche difficoltà di inserimento tra le coetanee: «Rinunzi senz’altro a condurre in società la sua figliola, essa non può recarvi che danno. Se molte madri, animate da un vero sentimento di altruismo, avessero il coraggio di nascondere alla società, anziché imporle, talune disgraziate loro creature, si renderebbero degne di plauso e d’alloro. Potrò sembrare crudele, ma ammiro le madri spartane che sacrificavano i loro nati incapaci di divenire utili cittadini: e tanto più inutile, anzi dannosa, è una donna lacerata dall’invidia, impastata d’orgoglio. Non rabbrividite, non voglio la morte della povera peccatrice, ma o si converta o abbia il coraggio di separarsi da quella società di cui essa turba l’armonia e alla quale potrà domani essere cagione di guai irrimediabili».

Possiamo perciò dire che, se intendiamo col termine «bullismo» l’impulso a prendersela col più debole, ora è un fenomeno di minoranza, una piaga che possiamo denunciare e combattere. Non dobbiamo però temere di scandalizzare i nostalgici del buon tempo antico affermando che allora si trattava invece di un bullismo di massa, un bullismo istituzionalizzato, giustificato e approvato.

Per quanto riguarda il bullismo tra i giovani, giova ricordare che, cinquanta e sessant’anni fa, chi in una classe appariva “diverso”, anche solo per la timidezza o l’aspetto fisico, era perseguitato dai compagni. Ma non se ne parlava, nessuno protestava, i media tacevano. E all’Università, quando, secondo alcuni, «il Sessantotto non aveva ancora rovinato tutto», gli studenti del primo anno erano costretti dagli “anziani”a comprare un fogliaccio chiamato «Papiro», un concentrato di insulti verso le matricole, conditi con ogni sorta di oscenità. Ma questo bullismo durava da secoli, e quasi nessuno osava metterlo in discussione.

In seguito, a poco a poco, si è fatta strada una coscienza più progredita, portata perciò a denunciare i casi più aberranti. «La Stampa» del 18/1/1961 denunciava lo scandalo di ragazzi in manicomio (molti dei quali provenienti da famiglie poverissime di immigrati): «Abbiamo visitato la sezione bambini di Collegno: tanti piccoli sventurati, recuperabili e non recuperabili tutti insieme; idioti ed epilettici accanto a bambini che frequentano con profitto la scuola interna e andranno a dare gli esami, a fine anno, presso la scuola pubblica. Per assisterli ci sono alcune infermiere. I più piccini sono affidati alle cure di una dozzina di donne alienate, che godono la fiducia dei medici. Gelose di loro come tigri, ma incapaci di far altro che imboccarli e tenerli puliti».

Per un’effettiva accettazione del diverso, per ridurre la quota di bullismo presente nella società e in ognuno di noi, la strada è ancora lunga, in questo inizio del terzo millennio. Ma basta dare uno sguardo al passato per non cedere a un pessimismo paralizzante.

 

Dario Oitana

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