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QUANDO IL SESSO ERA PECCATO

 

Che cosa si pensava, alcuni decenni fa, riguardo al sesso, al matrimonio, alla parità tra l'uomo e la donna? A tale scopo può essere utile  una ricerca sui giornali dell'epoca, in particolare su La Stampa.

Come si può immaginare, gli articoli più letti erano quelli che trattavano questioni che coinvolgevano maggiormente i lettori, soprattutto in quanto si viveva un'epoca di grandi cambiamenti che turbavano le coscienze. Non possiamo pretendere di calarci completamente, come attraverso una “macchina del tempo”, nella mentalità dell'epoca. Sappiamo infatti che i giornalisti fanno il loro mestiere che non è quello dello storico. Tuttavia un'indagine può offrire un contributo su come i giornali trattavano i problemi che giudicavano più interessanti, su come cercassero di venire incontro alle attese dei lettori e come tentassero di influenzarli, spesso aprendo una stimolante polemica. Sappiamo inoltre che la “normalità” non fa notizia. Ma, quando un tipo di comportamento che dura da secoli viene messo in discussione, è segno che siamo in presenza di un radicale cambiamento avvertito da sempre più vasti settori dell'opinione pubblica. Occorre anche aggiungere che, nel quotidiano preso un esame, molto materiale utile è stato reperito dalla rubrica Specchio dei tempi, rubrica che, a quei tempi, funzionava come una “posta del cuore”. Molti la leggevano appena aperto il giornale. Ogni giorno arrivavano in media quasi trecento lettere.

 

Lui ci prova, lei è “seria”

Per le ragazze, ci si domanda se «per essere interessanti e moderne, debbano essere fumatrici, leggere romanzi audaci e tutto quel che segue». Pronta è la risposta: «Io stesso, dopo essermi divertito con diverse ragazze moderne, sono andato a ripescare, per fidanzarmi, una mia vecchia amica di scuola. Anni fa l'avevamo scartata dalla compagnia appunto perché troppo seria» (26/9/1958). Ma ci sono esperienze opposte: «Mi ha lasciata, perché ne aveva trovata un'altra “moderna”. Io sono troppo all'antica... Essere fidanzate oggi è un inferno» (3/12/1958). Un esempio di saggezza: «Quando un ragazzo arriva ad avanzare certe pretese, non mi dimostro inorridita e offesa, come fanno molte. So discutere il problema in modo simpatico e spiritoso. Finora nessuno mi ha mai piantato per i miei “no” (che sono stati fermissimi)» (9/12/1958). Ma per mettere in atto un tale comportamento occorrono «giochi d'equilibrista per uscirne indenne. Meglio sola che in pericolo continuo» (13/12/1958).

Un ragazzo riceve dalla sua ragazza la confessione «di essere stata vittima di un abuso all'età di 16 anni. Non poteva esserci insulto più grave... anche perché lei ha dato segno di scarso pentimento per il suo gesto... non riconoscendo in ciò l'errore più grave per una donna... Chiedo aiuto a te, caro “Specchio dei tempi”. Dal tuo angolino dipende la felicità e l'avvenire di due esseri che si amano veramente». Risposta del redattore: «Rinunzi alla metafisica e prenda moglie» (17/1/1962). Una ragazza, uscita col fidanzato e la sorellina di 12 anni, all'entrata del cinema parrocchiale, trova il seguente cartello: «Non si concede l'ingresso a questo locale a coloro che intendono comportarsi come fidanzati». Commento della ragazza: «I sacerdoti dovrebbero sapere qual è il santo significato della parola “fidanzati”» (7/11/1962).

«Ma siamo proprio caduti così in basso? Allora il progresso ci ha posti al disotto delle bestie? Non vorrei proprio essere una ragazza di oggi. Dove sono le ansie per lo sguardo, per un casto bacio, per tutte le cose idilliache che facevano del periodo del fidanzamento il momento più caro e più dolce della vita? Ora ci sono solo i problemi del sesso» (8/5/1965). Una ragazza, piena di rimorsi, confessa: «Dopo tre anni è successo col mio ragazzo quello che fino a poco tempo fa non avrei mai creduto di fare». Il redattore consiglia: «Sposi il suo ragazzo il più presto possibile» (11/5/1965). Un metodo per vincere le tentazioni? «Contare fino a quaranta», suggerisce qualcuno. «Io mi sono trovata spesso in simili circostanze col mio ragazzo ed usiamo lo stesso metodo. Purtroppo, però siamo costretti a contare fino a trecento per riacquistare la serenità» (18/5/1965). Un altro consiglio: «Rivolgiti alla Madonna. Noi dicevamo un semplice Ave Maria di cuore e ti assicuro che dopo potevamo stare tranquillamente a discorrere» (22/5/1965).

Passano gli anni, anche il fatidico Sessantotto, ma il problema sembra essere sempre lo stesso. «Se ci stai, dopo ti piantano; se non ci stai, ti piantano lo stesso. Meglio “non starci” e continuare nella illibatezza e attendere con pazienza che si faccia avanti il giovane serio e sincero con delle buone intenzioni. Ho conosciuto delle ragazze che, per il loro parlare sboccato, avrebbero fatto arrossire anche una donna di mestiere!» (9/3/1969).

Parecchie lettere su Specchio dei tempi, riguardano un problema che a noi sembra strano, persino scandaloso per la nostra mentalità: l'umiliante punizione inflitta alle ragazze. Sorge un dubbio: sono i redattori che ingrandiscono casi eccezionali per venire incontro a curiosità morbose? Sono gli stessi giornalisti che rispondono. «Non immaginavamo che fosse un problema così serio. Decine e decine di lettere ci fanno ora ricredere. La maggioranza, come è logico, è contraria a tali barbari sistemi, ma non pochi genitori sono favorevoli. E parecchie  ragazze ci scrivono di essere sottoposte a pene corporali. Lo constatiamo con dolore». Accanto a queste affermazioni, abbiamo la denuncia di un lettore: «Lascia sconcertato il sottofondo morboso. Sembra che questo genere di castighi puzzi maledettamente di zolfo e nasconda, nel migliore dei casi, una buona dose di sadismo nei genitori» (12/11/1967).

Le lettere sottolineano anche il carattere particolarmente umiliante del castigo. «Oltre al dolore provocato dai colpi, io mi sento tanto umiliata che piango più per la vergogna che per il male... ho pregato mia mamma di punirmi in altro modo, magari di darmi degli schiaffi, ma inutilmente» (28/1/1961). Una considerazione viene spontanea. Oltre all'aspetto sadico, abbiamo anche un chiaro esempio di perverso maschilismo. «Mio fratello, nonostante fosse più piccolo di noi tre sorelle, non riceveva quasi mai punizioni. Era talmente poca la considerazione che in casa si faceva di noi tre ragazze, che la mamma, per castigarci, ci alzava le gonne senza minimamente preoccuparsi che fosse presente mio fratello» (14/9/1962).

Le modalità delle punizioni sono varie. «Ho rispolverato un vecchio frustino che giaceva in un cassettone e ho cominciato a usarlo sulle gambe di mia figlia incurante degli strilli, delle minacce di fuggire o peggio. Da quando la pelle brucia mia figlia sta modificando il suo carattere e spero di riuscire a domarla» (13/9/1962). «Mio padre, per le mancanze più gravi, me le dava con la cinghia dei pantaloni così forte che poi non potevo più sedermi per più giorni» (6/4/1967). «Quando vuole punirmi, mio padre mi fa spogliare tutta. Non mi picchia, però mi fa indossare sulla pelle un sacco coi buchi per le mani e la testa, un sacco che punge la pelle. Poi mi dice di andare fino alla Madonnina che c'è in fondo al vicolo. È buio completo, ho i piedi scalzi, a volte sulla neve o nel fango. Tremo di paura e di freddo. Preferirei le frustate» (6/8/1967). «In questi tempi di gioventù bruciata, di ragazze che scappano di casa e altre porcherie, io so come tenere a freno le mie due figliole...» (9/11/1967). Malgrado fosse chiaro che tali punizioni fossero un segno della malattia mentale dei genitori, ancora nel 1969 (11/5 e 18/5) arrivavano lettere sui benefici effetti del battipanni o di un giunco lungo quasi un metro.

Un segno del fatto che, in certi ambienti, punizioni del genere non erano affatto disapprovate, lo si può dedurre dal seguente racconto, tratto da un testo (Mille esempi, ultima edizione 1956) che pretenderebbe di fornire spunti per prediche edificanti dei sacerdoti. «Una maestrina fugge e va al ballo. Il padre, buon cristiano benché carrettiere, la cerca e la conduce a casa. La figlia si scusa col pretesto di fare un po' di ginnastica. Il padre dà mano allo staffile e giù sulle gambe dicendo: “Sappi, figliola, che ogni volta che avrai bisogno di ginnastica del ballo, troverai sempre tuo padre pronto a farti ballare”». Così, in un'epoca in cui il sesso era spesso visto come “peccato”, forme di sadopedopornografia erano invece consentite, anzi reputate come dovere di un “buon cristiano”.

 

Il bacio e il nudo

Il bacio può essere pericoloso, compromettente, anticamera di qualcosa da evitare nel modo più assoluto. Ecco che cosa suggerisce un manuale scritto da una signora inglese per le ragazze inesperte che intendono difendersi dalle insidie dell'uomo: «Dovendo tenere a bada il corteggiatore, la ragazza ricorrerà a mille piccoli stratagemmi. Mangiare, per esempio. Quando lui si avvicina per dare un bacio, mettere qualcosa in bocca, cioccolatino, confetto, torrone. Tenere in mano un bicchiere pieno fino all'orlo di qualche bibita che macchi: gli uomini sono molto preoccupati dei loro vestiti. Anche la sigaretta, se ben manovrata, può diventare un ottimo strumento di difesa» (8/10/1955).

Una domanda di un collegiale quindicenne: «Un bacio, un lieve bacio, un breve incontro delle labbra, è senz'altro un peccato mortale? Conduce diritto il peccatore alle eterne pene dell'inferno? Oppure è una faccenda da risolvere nei paraggi del confessionale, dallo stesso sacerdote che ha udito l'ingenua storia d'amore, con qualche scapaccione, con una vigorosa tirata d'orecchi? I pareri dei teologi sono discordanti» (27/9/1956).

Per lungo tempo dominava il tabù del nudo. «Devo passare, mio malgrado, dinanzi a un giardino di un palazzo in via Arcivescovado dove troneggia la scultura di una donna nuda. Proprio a fianco del palazzo arcivescovile doveva sorgere un tale ludibrio di scultura? Come se già non bastassero gli sconci dei vari manifesti e giornali illustrati? Spero almeno che la statua sia coperta alla vista del passante da un qualche albero di alto fusto se non rimossa» (17/12/1961). Vengono in mente i veli stesi a coprire i nudi per non turbare il primo ministro iraniano.

Arriva la minigonna. Polemiche violente. «Povere donne, schiave della moda, schiave di mostri che si ispirano a Satana per lanciare mode indecenti, mode che imbruttiscono e degradano l'essere più bello e grazioso del Creato. Guardatevi allo specchio, guardate le vostre ginocchia, non piacete a noi uomini così, non vi illudete. Tornate ad essere donne, per favore!» (28/5/1967). In seguito il tono dei giornalisti e dei lettori risulterà meno drammatico. «Le minigonne inglesi danneggiano il fisco. Sono considerate “abiti per bambine” e non pagano tasse» (16/7/1968). «I sarti dell'alta moda vanno a gara, fra di loro, per svestire la donna. Il più in gamba arriverà alla sola foglia di fico e al nudo completo. Ma allora, eliminato l'abito, che cosa faranno questi arditi sarti?» (23/3/1969). «A una mia giovane parente che indossava una microgonna, dissi, scherzando: anch'io indosso una cosa del genere, che mi arriva esattamente dove sta arrivando a te, ma la chiamo ancora col suo tradizionale nome, “pancera”» (25/5/1972).

Dario Oitana

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