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 442 - IL SECOLO FEMMINILE

 

ESSERE DONNE, ESSERE LIBERE

 

Sabato 4 marzo il Centro Studio Sereno Regis ha organizzato un incontro, in occasione della ricorrenza della Festa della Donna, intitolato «La libertà delle donne. Lotte e conquiste civili al femminile», con la partecipazione del gruppo di lettura Leggistorie.

Nel 2017 cade il centenario della ricorrenza, che si fa risalire tradizionalmente all’episodio dell’incendio nella fabbrica tessile di New York l’8 marzo 1908, ma che in realtà si riferisce a una grande manifestazione femminile di piazza svoltasi a Pietrogrado l’8 marzo del 1917 per invocare a gran voce l’uscita della Russia dalla guerra (secondo alcune fonti sembra sia stata la più grande manifestazione femminile della Storia). L’incendio del 1908 in una presunta fabbrica newyorkese di camicie di nome «Cotton» non è mai avvenuto e non ha fatto morti. Probabilmente è stato sovrapposto a un vero, e terribile, incendio scoppiato nella fabbrica Triangle di New York nel 1911. In questo incendio sono effettivamente morte un centinaio di operaie (ma anche qualche uomo), ma anche questo non accadde l'8 marzo.

Il “nostro” Massimiliano Fortuna ha fatto un excursus piuttosto esaustivo della storia della presa di coscienza della questione femminile e della conquista dei diritti civili da parte delle donne principalmente in Italia e in Europa, dato che purtroppo nel resto del mondo la questione dei diritti delle donne viene ancora o bellamente ignorata − nel migliore dei casi − oppure ostacolata con tutti i mezzi possibili…

 

«Non siamo belle statuine»

Una delle prime “femministe” della storia europea è stata l’inglese Mary Wollstonecraft (madre della scrittrice Mary Shelley, autrice di Frankenstein, che non la conobbe mai perché morì di parto dandola alla luce) che nel 1792 scrisse Rivendicazione dei diritti della donna in cui esortava le donne a non farsi considerare solo delle belle statuine, languide e delicate, ma a farsi valere per le loro doti e il loro intelletto, a prescindere dal loro sesso; la Wollstonecraft diceva (quanto giustamente!): «Amo l’uomo in quanto mio simile, ma il suo scettro, reale o usurpato, non mi riguarda, a meno che l’intelletto di un singolo non meriti il mio omaggio; e persino allora la sottomissione è alla ragione e non all’uomo».

Nel 1869 sempre un inglese, l’economista John Stuart Mill, che aveva moglie e figlia attiviste per i diritti civili delle donne, scriveva ne La soggezione delle donne: «l’opinione che subordina un sesso all’altro, non si basa che sopra teorie» e «che la disparità di diritti fra l’uomo e la donna non ha altra origine che la legge del più forte»; Stuart Mill e la moglie, tra l’altro, avevano stipulato un patto matrimoniale in cui si affermava: «Essendo l’intero carattere della relazione matrimoniale istituita dalla legge tale che sia mia moglie che io lo disapproviamo completamente e in coscienza, in quanto conferisce a una delle parti contraenti un potere legale e di controllo sulla persona, la proprietà e la libertà d’azione dell’altra parte, indipendente dai desideri e dalla volontà di lei; io, non avendo i mezzi per spogliarmi legalmente di questi odiosi poteri, sento mio dovere registrare una protesta formale contro la legge in vigore sul matrimonio». Un’iniziativa veramente coraggiosa a quel tempo!

È stato a questo punto presentato un estratto dal film Suffragette di Sarah Gavron del 2015, che parla appunto del movimento di emancipazione femminile che prese piede in Inghilterra agli inizi del Novecento, in cui le donne chiedevano innanzitutto il diritto al voto, che in Gran Bretagna fu concesso nel 1918, limitato alle ultratrentenni (solo nel 1928 ebbero il voto alle stesse condizioni degli uomini). Viene messo in luce che gli scontri furono anche brutali tra le attiviste e la polizia e molte delle suffragette messe in prigione furono costrette a mangiare forzatamente, dato che avevano intenzione di iniziare uno sciopero della fame ad oltranza per protestare. Una delle attiviste politiche più impegnate fu Emmeline Pankhurst, che fu imprigionata più volte e fondò nel 1903 l’Unione Sociale e Politica delle Donne (viene citato nell’incontro un estratto dal suo discorso alle suffragette americane nel 1913).

Negli interessanti titoli di coda del film della Gavron vengono citate le date in cui nei principali Paesi del mondo è stato riconosciuto il diritto delle donne al voto, nella maggior parte dei casi con restrizioni, via via abbandonate. La Finlandia fu la prima in Europa nel 1906. Stupisce il caso della tollerante Svizzera, che concesse il voto alle donne solo nel 1971, pur concedendo già alle donne la possibilità di votare per le elezioni amministrative (ma non federali) e di essere elette a ricoprire importanti cariche politiche (viene citato l’esempio del sindaco di Ginevra, donna, negli anni ’60).

 

Nora e le altre

Per illustrare il cambiamento di sensibilità verso le (giuste) rivendicazioni sociali delle donne, viene letto il dialogo finale dal celebre testo drammaturgico di Henrik Ibsen Casa di bambola, dove la protagonista, Nora, prende coscienza del suo essere stata fino ad allora solo figlia, moglie e madre, senza mai aver pensato veramente a esprimere le sue vere aspirazioni, i suoi veri pensieri, e per questo decide di lasciare la casa coniugale, rinunciando anche ai figli, pur di sentirsi finalmente libera da vincoli sociali e culturali che le impongono un determinato ruolo nella vita.

E in Italia come si è posto all’attenzione pubblica il problema dell’emancipazione della donna? Da Anna Kuliscioff che nel 1890 ne Il monopolio dell’uomo metteva l’accento sul problema del differente trattamento nel mondo del lavoro (secondo lei primo veicolo di emancipazione del sesso femminile), alle dieci maestrine marchigiane che per pochi mesi tra il 1906 e il 1907 rimasero iscritte nelle liste elettorali, decenni prima che venisse istituito il suffragio universale in Italia (la “prima volta” per le donne italiane fu nel 1946), fino ad arrivare agli anni ’60 e quindi al caso eclatante di Franca Viola, la ragazza siciliana che per prima si rifiutò di sottomettersi al matrimonio riparatore dopo essere stata rapita e stuprata. A noi donne del Duemila sembra incredibile, ma all’art. 544 il Codice Penale italiano (ancora quello fascista) recitava: «Il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa estingue il reato anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo, e, se vi è condanna, ne cessano la esecuzione e gli effetti penali».

 

L’emancipazione continua

Ancora adesso ci sono donne che continuano instancabilmente sulla lodevole strada della completa emancipazione femminile e tra queste negli ultimi anni è assurta all’onore delle cronache una ragazzina che ha rischiato di morire solo perché rivendicava per sé e per le altre il diritto di studiare e di acculturarsi: si chiama Malala, è pakistana e nel 2013 ha tenuto un bellissimo discorso all’Onu di cui è rimasta celebre la frase «Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

Possiamo concludere con le parole ancora valide della celebre opera Il secondo sesso della scrittrice francese anticonformista Simone de Beauvoir della fine degli anni ’40:

«Liberare la donna significa rifiutare di chiuderla nei rapporti che ha con l’uomo, ma non negare tali rapporti; se essa si pone per sé continuerà ugualmente a esistere anche per lui: riconoscendosi reciprocamente come soggetto ognuno tuttavia rimarrà per l’altro un altro. La reciprocità dei loro rapporti non sopprimerà i miracoli che genera la divisione degli esseri umani in due categorie distinte: il desiderio, il possesso, l’amore, il sogno, l’avventura; e le parole che ci commuovono: dare, conquistare, unirsi, conserveranno il loro senso. Quando invece sarà abolita la schiavitù di una metà dell’umanità e tutto il sistema di ipocrisia implicatovi, allora la “sezione” dell’umanità rivelerà il suo autentico significato e la coppia umana troverà la sua vera forma».

Chiara Lurgo

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