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 382 - RACCONTINI E STORIELLE

 

Una Pitonessa per Monsignore

 

Con l'elegante tonaca fresca di sartoria, il bel tricorno nuovo di zecca in mano, l'aspirante canonico, già post-moderno bocconiano e oggi più obsoleto del messale di Pio V, si è seduto accanto a me nella sala Consultazione della biblioteca di Curia.

«Professore, – mi ha sussurrato – Lei conosce il Monsignore de il foglio di tanti anni fa. Forse potrebbe farmelo incontrare. Ho bisogno di un suo consiglio. Lui che aveva così vasta esperienza del mondo e sapeva sempre cosa dire e come muoversi per arrivare là dove è arrivato e raggiungere la fama che lei ben sa». «Lo conoscevo – ho risposto con egual circospezione e una punta contenuta di mestizia. – Lo conoscevo. Era. Ora non è più. Sta tra i beati, spero».

L'ho visto impallidire: «Ma io devo assolutamente consultarlo. Il candidato sindaco più in della regione cerca un direttore spirituale e, per scegliere, ci ha riuniti e ha confessato, coram clericis, tutti i suoi peccati passati e futuri. Tra una settimana si terrà la santa giostra. Vincerà chi tra noi individua gli argomenti che meglio possono farlo sentire assolto e permettergli, in buona coscienza, di presentarsi sempre come il migliore. In seminario non brillavo, ma so che nullus Sacerdos può perdere l'occasione di occupare un posto pastoralmente tanto prezioso e utile per la Chiesa intera».

Ho cercato di persuaderlo: «Reverendo, non mancano monsignori viventi in grado di metterla sulla strada giusta. Anzi, nell'attuale crisi di vocazioni, quelle caratterizzate da profonda mondanità e inesauribile fedeltà alle esigenze della progressione gerarchica sono tra le più diffuse e premiate». Non c'è stato nulla da fare. Nei monsignori a lui vicini altro non trovava che geloso timore di vedersi far le scarpe o, ancor peggio, la reticenza tipica di quanti hanno le mani in pasta.

«Chi concorre ha concorrenti e ogni concorrente il suo padrino»: recitava il rosso inchiostro carbonaro sulla mano con cui mi ha indicato lo sgabuzzino delle pulizie e, appena al riparo da orecchio indiscreto, ha continuato con un fil di voce, ma argomenti davvero persuasivi: «Se non giova che lei mi conduca da lui, perché quel che nella tomba giace ormai resta muto, può condurre lui da me. Come ben sa, quanto noi leghiamo o sciogliamo in terra resta legato o sciolto in cielo e io preferirei sciogliere che legare». «Quindi – con perentoria acidità – professore caro, da infido amico di degni ecclesiastici e cultore di Scritture proibite, da mestatore di eretiche dottrine, negatore di Satana e suo utile idiota, tocca a lei evocare Monsignore per me, come un tempo la Pitonessa evocò Samuele per Saul. Lo evochi, hic stantibus, e non sarà scorsoio il nodo che già la lega».

Chi dopo Adamo non ha la coda di paglia? Così, quando un'ombra di dignitoso aspetto ha cominciato a delinearsi, nero su nero, nell'angolo degli attrezzi, ho gridato con voce strozzata: «Vedo una parvenza d'autorità farsi largo tra le scope». «Che aspetto ha?». «Sussiego di curiale cordialità, clergyman gessato e mantello con pellegrina dal sentore di fumo».

Noi dicevamo e quello: «Perché mi avete disturbato, costringendomi a lasciare l'eterno per l'effimero?». «Per sapere quel che deve dire e fare un tricorno per diventare saturno, un saturno per trasformarsi in mitria, una mitria in galero e poi magari in tiara candida, trapuntata d'oro. Il tutto accompagnando la parallela ascesa politica di un miliardario donnaiolo, pluridivorziato, che ostenta ossequio all'autorità, alla dottrina, agli interessi della Chiesa, e intanto ne fa di cotte e di crude».

Aveva fretta di tornarsene al calore e alla luce della fiamma, infernale o celeste, da cui lo avevamo strappato. Quindi ha iniziato con oracolare concisione: «I potenti? I potenti accompagnateli benedicenti in ogni pubblica funzione. Onoratene con fastosa presenza la tavola e i rinfreschi. Astenetevi con discrezione dal mettere piede e naso nei loro divertimenti notturni. Tacete, tacete, tacete sulle loro umane, ahimè troppo umane, debolezze. Nel caso dovessero trapelare fatti che destano scandalo e non fosse più possibile resistere alle pressioni dell'opinione pubblica, raccomandate cautela e prudenza a oves, boves et universa crava. Mai rendete possibile l'individuazione del destinatario di tali ammonizioni. Soprattutto evitate di legare ad una pubblica sanzione ecclesiastica il nome di chi non sia già un poveraccio, bastonato dalla sorte».

Aveva cominciato lapidario, ma il gusto della parola magisteriale ormai lo trascinava: «Non rifiutate la comunione al divorziato risposato che possa favorirvi in qualche modo. Nel Regno dei cieli avere più di una donna non è problema. Là non ci si sposa, né si viene sposati. Invitate chi si sente offeso dalla gioviale bestemmia di un pezzo grosso, a non cercare il pelo nell'uovo e insegnategli a contestualizzare. Fate lo stesso con quanti rinfacciano ad un capitalista Epulone la miseria di Lazzaro e gli rimproverano di preferire mammona a Dio. Chi meglio sa far fruttare i talenti è infatti, più d'ogni altro, gradito a Dio. I talenti sono denaro, il denaro accumulato è capitale, il capitale è mammona. Ergo... si serve Dio servendo mammona, sia che col lavoro lo si alimenti, sia che godendone i frutti si onori con una vita beata il suo creatore».

«Il bravo monsignore, quindi, chiederà coerenza tra vita e professione di fede solo ai poveri. Sa che solo per loro si può sostenere che vero discepolo di Cristo è chi opera con giustizia e non chi dice: “Signore! Signore!”. Solo chi non ha nulla da perdere è disposto a seguire Gesù, dopo aver dato ogni suo bene agli ultimi. Nessuno mai, infatti, prenderà una croce per caricarsela sulle spalle e seguirLo, se questa croce non è la sua, ma quella di un altro. Lo precisano i vangeli, che sono anche perentori a proposito della salvezza dei ricchi. Ben pochi di questi passano, dopo essersi spogliati d'ogni cosa, per la “cruna dell'ago”. I più si affidano in massa al beneplacito di Dio, che “fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” e versa “per tutti” il sangue del suo Figliolo».

In ultimo, ormai quasi scomparso nell'angolo delle scope, ha concluso trionfante: «Ai bacchettoni, che volessero indurvi a condannare senza reticenze i responsabili di gravi violazioni morali, ricordate la sorte riservata dal Papa a Savonarola e dite con sicurezza che mai la Chiesa ha condannato, oltre al peccato, anche i peccatori. E se vi rimbeccano, citando i cento, mille casi di scomunica e autodafé, di pubbliche denunce e sanzioni, accumulate nei secoli antichi e recenti, ricordate a tutti che il valore di verità di un'affermazione non dipende dalla sua rispondenza ai fatti o ai pronunciamenti passati, ma dal grado d'infallibilità attribuito alle proprie affermazioni dall'autorità ecclesiastica presente e dal ruolo gerarchico ricoperto dal monsignore che la pronunzia. Per i duri d'orecchie e di cervice sarà sufficiente ripetere, settanta volte sette, ogni affermazione o negazione, con identiche parole e tono sempre più alto. Alla quattrocentonovantunesima volta essa verrà data per certa, certificando chi la pronuncia come la più dotta e veridica autorità».

Era tutto finito e non mi sorprese vedere sulle spalle del promettente erede, che saltellando felice scendeva le scale dalla biblioteca al cortile del Seminario vecchio, la pellegrina affumicata di colui che pure era e restava l'unico autentico Monsignore di questa e dell'altra vita.

 

Aldo Bodrato

 

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