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 346 - in ricordo di chica

sono passati ormai alcuni anni da quando chica se n’è andata all’altro mondo. lei con la sua premura di crescere. di volare via. con le sue ali ancora incerte. eppure ricordo ancora il nostro incontro.

era caduta dal nido, costruito sotto il provvidenziale tetto di una chiesa,  in giorno d’estate. come spesso succede la voglia di affrontare il mondo con le proprie forze, o forse anche un imprevisto, ti spinge verso ciò che non conosci. e quello che non conosceva era il marciapiede di sotto. non conosceva la durezza della pietra. ma, soprattutto, la gatta del primo piano nella casa di fronte. una gatta tirata su da una famiglia per bene. lo si capiva dal suo pelo curato con la tanta amorevolezza che le veniva di certo riservata. come si sa il gatto è un giocherellone. anche con la vita degli altri. di quelli più deboli, s’intende. e a volte lo è persino troppo. quando meno te l’aspetti il destino è pronto a portati via il giocattolo cui tanto tenevi. e quella volta la mia mano arrivò un attimo prima che i bianchi denti aguzzi si chiudessero sino in fondo. fu così che feci la conoscenza di chica. e iniziai a vivere con lei. a dire la verità dietro al suo nome non c’è una vera ragione. la chiamai così da subito. da quando la mia mano la raccolse per difenderla dallo scampato pericolo. la misi, malconcia, in una scatola che avevo sottomano e la portai a casa. ricordo ancora di averle comprato persino un po’ di tritata. mi avevano detto che anche ai piccoli passeri si deve dar da mangiare un po’ di tutto. siamo vissuti poco assieme. troppo poco. forse trovava la mia vita monotona. l’osservare dalla spalla ciò che io andavo scrivendo sul monitor forse l’annoiava. o forse era semplicemente fatta così. non sto inventando niente. basta cercare su qualche sito internet per vederci. in fotografia. entrambi di spalle. sotto la voce l’autore. a casa mia non ci sono muri. né tanto meno gabbie. dalla finestra vedevamo la gatta del piano di sotto pigramente in attesa di novità. che, spesso, piovevano dal cielo. a chica  avrei voluto dire: aspetta ancora un poco. non andartene via così presto. le tue ali sono ancora acerbe. di gatti è pieno il mondo. non fanno altro che aspettare una vostra debolezza. non ne ho avuto il tempo. in un pomeriggio assolato, non vedendola sul suo angolo preferito della libreria, la chiamai. non arrivò. come sempre la finestra era aperta. e il suo volo presumo ancora troppo incerto. ho sperato nella provvidenza. poi mi sono rassegnato. nella vita bisogna saperlo anche fare. a qualsiasi costo. in fondo, la libertà è cosa buona e giusta. come lo è anche la natura. così ragionavo, mentre la gatta del primo piano se ne stava serenamente a godersi il sole. leccandosi i baffi.

      

mino rosso (minorosso@hotmail.com)

 

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